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mercoledì 16 ottobre 2019

Attualità domenica 17 giugno 2018 ore 06:00

Un Corsarino che profuma di passato

Foto di Riccardo Marchionni

Gordiano Lupi su #tuttoPIOMBINO ci invita a partire per un viaggio su due ruote nei luoghi di un tempo visti con gli occhi di oggi



PIOMBINO — Il profumo intenso dell’oleandro di rosso e bianco fiorito nelle infocate mattine di Luglio, quando si fa duro l’andare e incede sui tuoi passi il peso del passato. Tamerici riarse e polverose segnano il tempo dei ricordi, mentre un tiglio odoroso incanta la piazza della fanciullezza e dipinge una tela dai colori soffusi. 

Rivedi d’un tratto il motorino di tuo padre sfrecciare rapido su strade ancora aperte ai sogni d’un lento divenire. Un Corsarino Morini, quattro tempi, già fuori moda nei primi anni Settanta, rapido e scattante, marce a mano. Niente a che vedere con Ciao, Garelli, Califfone, che andavano per la maggiore tra i ragazzi. Originale sin da piccolo, con un cinquantino ereditato da mio padre che usava una vecchia Laverda 200, utile anche per lunghi viaggi, per raggiungere Seggiano, fare il giro dell’Isola d’Elba, montagne alle spalle e fronte al mare. 

Il mio Corsarino era un segno distintivo, anche se invidiavo chi possedeva un motorino alla moda, chi poteva permettersi di comprare una Vespa, un Ciao, insomma qualsiasi cosa che mi avrebbe fatto sentire uguale agli altri. Ricordo di averci sofferto, ché a quindici anni è importante essere omologati, non sentirsi diversi, poi si cresce e non ci si fa caso, anzi, si accetta la diversità come il tuo modo d’essere uomo, se si scrive serve pure a fare piccola letteratura. 

E adesso sono qui che ricordo il mio Corsarino che mi ha condotto alla scoperta del mondo, una volta messa da parte la vecchia Coppi azzurra, ormai distrutta. “Un tempo le cose duravano...”, commentava mio padre che curava con amore la sua bicicletta nera, quella con cui mi portava sulla spiaggia di Salivoli, da bambino. 

Il mondo che scoprivo a bordo del mio Morini 50 era un mondo nuovo, mai visto prima. Hic sunt leones, avrebbe pensato un esploratore inglese nelle terre d’Africa. Potevo raggiungere i Tre Pini senza fatica, spingermi nei luoghi più impervi dei Diaccioni, andare al porto a veder partire traghetti per isole lontane, passando per uno stadio antico dove si allenava una squadra con le maglie nerazzurrre, proprio come quelle della mitica Internazionale di Milano, fare tappa alla Casa del Fanciullo e al campino dei frati. In breve tempo Baratti e Populonia si aprivano davanti agli occhi estasiati d’un ragazzo che percorreva la cadente via Provinciale, tra altiforni e miseria. Povere case del Poggetto - Cotone, campagna sterile di Fiorentina, polvere e ricordi tra Asca e Populonia Stazione, verde fiorita, la più elegante d’Italia, come recitava la motivazione d’un premio elargito dalle Ferrovie dello Stato. Quanto tempo passato! La stazione, adesso, è soltanto un’alcova per ratti, un posto in totale abbandono. Ma il mare resta, proprio dietro la curva, sulla Principessa, tra pini marittimi e golfo proteso a esplorare l’infinito. 

Il Corsarino che percorreva il mio mondo era compagno di estati seggianesi, sul Monte Amiata. Lasciavo da parte i libri e lo studio, salivo in sella e mi spingevo a Pescina, Castel Del Piano, Arcidosso, Santa Fiora. Mi sentivo padrone del mondo, a bordo di quel quattro tempi che si faceva largo tra castagni e passioni, ciliegi e speranze.

Caro il mio Corsarino, compagno d’un’adolescenza inquieta, sodale dei miei giorni violenti vissuti tra poesie di Rimbaud e Pasolini, romanzi di Cassola e Moravia, troppe poesie decadenti che parlavano d’amore e morte, smarrite nelle pieghe del tempo. Caro il mio Corsarino, che adesso rimpiango, per quanto ho odiato il tuo farmi sentire diverso quando avrei voluto essere conforme al mondo. Caro il mio Corsarino, che sei la memoria di mio padre, cappello bianco di stoffa, occhiali scuri, camicia celeste aperta sul petto, pantaloni bianchi e ciabatte di cuoio marrone. Caro il mio Corsarino, che non ci sei più, come troppe cose della mia vita, questa piccola elegia del mio rimpianto rinnova il tuo ricordo, sotto un cielo che non può tornare, lungo strade perdute, tra curve che profumano di mare e polvere diffusa nel vento da tamerici in fiore.

Gordiano Lupi
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