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Attualità domenica 06 settembre 2020 ore 08:34

Viale Amendola, Sotto frati e Canaletto

Una panchina in via Amendola (Foto di Riccardo Marchionni))

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia "Viale Amendola, Sotto frati e Canaletto" di Gordiano Lupi. Foto di Riccardo Marchionni



PIOMBINO — Viale Amendola, il mio infinito leopardiano, collina di mare dalla quale osservare, in una panchina nascosta tra canne di bambù, un angolo di mondo, ritagliato da un traghetto che attraversa il canale e l’Elba - tranquilla e silenziosa - intenta a specchiare declivi, cristalli di roccia ferrosa, tra frantumi d’onde. Viale Amendola, palazzoni alle spalle, davanti prateria di mare dove spingere cavalli selvaggi alla ventura, tra Cerboli e Palmaiola, custodi del passaggio di navi, immemori giganti del passato. Scilla e Cariddi dei ricordi di scuola, quando li ammiravi dai finestroni di via Cavour, dal vecchio liceo abbandonato, vicino alla fonte delle serpi in amore. Il convento dei frati francescani domina la scogliera, accanto alla villa che fu di Elisa, principessa di Piombino, sconfitta dalla storia, diffamata dalle leggende. Sotto il campanile un boschetto di pini e tamerici, declivio di barba di Giove e lentisco, rovi pungenti che attendono more odorose, fichi d’india avari di frutti, agavi spinose. La scogliera pietrosa della mia terrazza affacciata sull’Elba, sconvolgente bellezza del creato, farebbe dire Pasolini a Ninetto Davoli, se fosse il finale d’un vecchio film. Dopo i pini marittimi dai rami ritorti, piccole calette nascoste tra infanzia e ricordi, viali di accesso a minuscole spiagge dietro boschetti riarsi di tamerici polverose e salmastre. Sotto i frati, la spiaggia della mia infanzia, immensa agli occhi del bambino, fazzoletto di scogli racchiuso in sentore di mare nel correre dei giorni. Lo Scoglietto e il piccolo bar, davanti allo Scoglio della morte, che serviva granite alla menta, ricordo di tuffi spericolati e vecchie cabine in disarmo, distrutte dal tempo, luogo ideale per nascondersi quando non volevamo andare a scuola. Una palma sul mare, la mia piccola Africa di viale Amendola, confine disegnato da onirici pirati e corsari, tra La Sorgente e l’Hotel Esperia, dove turisti inconsapevoli si tuffano in piscine di cemento e bagni privati, distruggendo ricordi.

Il Canaletto e la mia adolescenza ribelle, tra ricci di mare, immersioni, caccia ai granchi nascosti tra scogli e spaghettate in riva al mare, nonostante Paul Nizan e le assurde teorie del dolore. Il nostro Casotto operaio, come in un film di Sergio Citti, una cabina e un fiumiciattolo di scarichi urbani, maleodorante visione d’un sogno che nel ricordo diventa dolce, persino emozionante. Salivoli, in lontananza, austero e silente nelle mattine che si specchiano nella mite primavera, dopo spiovuto, nell’ora dei ricordi caduti sul tempo senza storia. Porto turistico e spiaggia, vecchio arenile dorato di sabbia fine, calpestato da tante sorridenti Pilar, orfane dei versi di José Martí, con le mani ricolme di scarpette rosa da donare ai poveri. Collina e mare, brevi emozioni calate a picco da scogliere, gabbiani striduli, pensieri invecchiati tra nuvole di sogni, immersi nel bello che ti circonda, invitandoti a non dare niente per scontato. Neppure un panorama di mare che conosci da sempre.

Testo tratto da Sogni e altiforni - Piombino Trani senza ritorno - Acar, Milano, 2019

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata



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