Aulo Taddei è stato una colonna di Costa Etrusca e del Telegrafo - quindi Tirreno -, corrispondente da Piombino anche del Paese e Paese Sera, uno scrittore ironico e pungente lanciato da Ivio Barlettani nel mondo della carta stampata. Radici elbane, di Rio Marina, ha sempre seguito gli argomenti piombinesi con grande attenzione, professionalità e generosità, qualità innate, riconosciute da tutti. Aulo Taddei, molto spesso, preferiva piazzare la sigla Auta in coda ai suoi articoli al posto della firma per esteso. E per tutti era Auta: con questo “marchio di fabbrica” ha raccontato vicende e narrato episodi complessi del passato, dall’industria allo sport, dal porto al commercio. Un maestro di giornalismo, non solo locale, un Maestro tout court. Nel 1962 è stato tra i protagonisti della nascita di Costa Etrusca, insieme con Ivio Barlettani e Franco Biegi, un mensile che per molti anni ha seguito con approfondimenti e inchieste gli avvenimenti della zona. Un periodico a lenzuolo, veste grafica classica per i tempi, foliazione di sei pagine, composta da testi, illustrazioni, fotografie, disegni, cronaca locale e commenti. Ivio Barlettani, direttore storico, confidava nel benevolo giudizio dei lettori, sin dal primo numero (11 luglio 1962), convinto di poter creare un rapporto di fiducia - grazie a un’informazione libera - con tutti gli abitanti della zona.
Aulo Taddei è stato un giornalista impegnato e instancabile, quando la comunicazione non era così facile come oggi, senza Internet, cellulari, computer. Severo con tutti, soprattutto con se stesso, mai contento di quel che aveva fatto, per lui tutto era migliorabile. Un visionario, circa sessant’anni fa scrisse che l’accordo per arretrare i binari di piazza Gramsci a Piombino era ancora lontano, nonostante gli amministratori affermassero il contrario. I fatti gli hanno dato ampiamente ragione, ché i famosi binari inutili sono ancora al loro posto e occupano una parte della piazza che si potrebbe utilizzare come giardino pubblico o come parcheggio.
E la stessa capacità di analisi l’ha dimostrata al cospetto delle false promesse che già allora impazzavano a proposito della realizzazione della Statale 398. “Aulo - ricorda oggi Stefano Tamburini, uno dei colleghi che lo ha incrociato muovendo i primi passi nel giornalismo - non faceva sconti. Il suo è stato un approccio che è diventato lezione senza salire in cattedra. Ricordo gli scontri che aveva con i politici dell’epoca subito dopo l’uscita di un suo articolo a corredo delle promesse rivelatesi con le gambe corte a proposito della realizzazione della Statale 398. Scriveva, e diceva a tutti, che non l’avremmo mai vista quella strada. Sfogliava carte, tabelle, capitolati d’appalto e voci di finanziamento. ‘Guardate qua - diceva - ci pigliano per il culo’. E aveva ragione lui. Verrebbe da dire purtroppo. Però è vero, quella della 398 è stata ed è ancora la più emblematica delle prese per il culo messe in scena nei confronti di questa comunità fin troppo remissiva”.
Il suo lavoro principale, al mattino, era quello del dipendente Inam - la Usl di oggi -, ma la vera passione era rappresentata dalla carta stampata. Scomparso il 25 luglio del 1988, ha lasciato un vuoto incolmabile per il suo modo originale e arguto di raccontare le partite di calcio, gli scioperi, i problemi sindacali, i personaggi tipici del posto in cui viveva. Stefano Tamburini lo ricorda su Costa Etrusca del dicembre 1998, a dieci anni dalla scomparsa, rammentando come fosse normale dire: “l’ha scritto Aulo Taddei!”, un po’ come nella canzone di Jannacci c’era il refrain: “l’ha detto la televisione!”, era simbolo di qualità e veridicità. “Brontolone, polemico, aspro, ma sempre nei limiti, uno di quei personaggi che sembrano non doversene mai andare, tanto sono utili come formatori di nuove leve, come insegnanti di giornalismo”, ricorda Tamburini. Taddei aveva vissuto il passaggio da Il Telegrafo (formato lenzuolo) del gruppo Monti a Il Tirreno (tabloid) della cooperativa giornalistica, contribuendo a consigliare una veste innovativa, rischiosa ma di maggiore impatto nei confronti del pubblico. Anima di Costa Etrusca, braccio destro di Barlettani, un giornale che veniva dall’epoca della “palla di cencio”, quella che lui aveva praticato, non solo metaforicamente. Per Taddei le nuove redazioni erano “il pallone di cuoio”, piene di computer mal funzionanti, complessi, difficili da usare, bastava uno sbalzo di corrente e ti saltava l’articolo che avevi scritto, se ti eri dimenticato di cliccare salva. I bei tempi per Aulo (“Andava meglio quando si stava peggio!”) erano quelli degli articoli scritti a macchina e dei “fuori sacco”, una grossa busta che viaggiava più veloce della posta ordinaria per arrivare in tempo al giornale. Aulo era un vecchio giornalista che in redazione sembrava un ventenne, mosso da un entusiasmo da principiante, sempre pronto a insegnare il mestiere, a trasmettere la sua stessa passione. “Aulo non sarebbe mai stato un settantenne, anche se avesse campato 140 anni. Era come un ventenne fino al giorno prima di cominciare a sentirsi male”, ricorda Tamburini, che ha cominciato a fare il giornalista proprio con lui e con Barlettani. Scrittore integerrimo e pignolo, aveva le sue fonti e se le teneva strette, lavorava sodo, leggeva e rileggeva l’intero giornale, correggeva refusi, faceva notare dove si sarebbe potuto fare meglio. “Il giorno in cui sarai contento di quel che hai fatto potrai anche smettere di fare questo mestiere”, diceva. Ed è un insegnamento di vita che non vale solo per il giornalismo. È il socratico “so di non sapere”, che si traduce in applicazione e disponibilità a studiare, ad aggiornarsi. Aulo Taddei amava la sua Isola d’Elba - dove era nato l’11 maggio del 1919 - ma come tutti gli innamorati era severo anche nei confronti della terra natale, sottolineava gli errori che venivano fatti oltre il canale e le cose migliorabili. Era la sua natura, cosa che me lo fa sentire vicino, anche per un carattere spigoloso e burbero. Persino con la Nazionale di calcio era critico, non esultò neppure nel 1982 quando vincemmo il Mondiale più bello della storia, convinto com’era che il solo bel calcio lo praticassero gli inglesi. La Gran Bretagna era un altro dei suoi amori, prigioniero degli inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale - proprio come Aldo Zelli - non perdeva occasione di parlare bene di quel popolo che l’aveva accolto come un fratello, nonostante il periodo non fosse dei migliori. La finale Mondiale tra Italia e Germania gli costò un caffè pagato per tutta la redazione, non si sarebbe mai aspettato un roboante 3 a 1 a favore degli azzurri, anche se in fondo ci sperava ed era contento matto che avessimo vinto. Faceva parte del suo carattere, non farsi vedere mai troppo esultante, il suo ruolo era quello di sottolineare gli aspetti critici di una certa situazione.
Era un grande giornalista e un grande uomo il nostro Aulo Taddei, per sempre Auta, quando avete voglia di leggere un commento calcistico vero, non le cose finte di oggi, cercate negli archivi del lunedì del Tirreno le partite del Piombino anni Settanta firmate Auta. Vi verrà a mente Gianni Brera…
Fonte: Stefano Tamburini “Taddei, maestro di giornalismo” – da “Costa Etrusca”, dicembre 1998.