Ho ritrovato un vecchio articolo di Stefano Tamburini che ricorda il professor Emanuele Casalini, preside prima dell’Istituto Tecnico Commerciale (Ragioneria), poi di liceo Classico e Scientifico in via Cavour, situato in un palazzo che adesso ha lasciato il posto ad anonimi appartamenti. Un articolo scritto nel giugno del 1999, per il mensile Costa Etrusca, poco dopo la morte del professore, commemorava un uomo tutto d’un pezzo, chiamato a gestire le nostre due scuole superiori più importanti in anni difficili, intrisi di contestazione giovanile, con studenti tutti di sinistra e non allineati al sistema. Erano i tempi che in classe, durante la ricreazione, poteva capitare che venisse fuori qualcuno con la chitarra in mano per intonare L’avvelenata o Dio è morto, canzoni che non facevano certo la felicità di un insegnante cattolico, di fede politica democristiana. Vivevamo la parte finale degli anni Settanta, un momento pieno di illusioni, credevamo di poter cambiare il mondo con i consigli di classe e le assemblee di istituto, quel che è rimasto dimmelo un po’ tu, chioserebbe il solito cantante strimpellando Eskimo.
Il professor Casalini - ricorda Tamburini - era un vero democratico, non vedeva di buon occhio tutta quella contestazione, non sopportava che gli studenti scendessero in piazza a fianco degli operai, riteneva che uno sciopero degli studenti fosse una cosa priva di senso. Ragionando (con il senno di poi) aveva proprio ragione, contro quale padrone scioperavamo? Facevamo del male soltanto a noi stessi, perdendo ore di lezione. Il professor Casalini cercava di guidare le due scuole con senso dell’ordine e disciplina, ma non reprimeva, anzi, era piuttosto tollerante, non si curava neppure delle scritte che comparivano sui muri e che non erano benevole nei confronti del corpo insegnante. Il suo provvedimento più radicale, per tenere separati due mondi durante la ricreazione, fu quello di chiudere la porticina di collegamento tra Classico e Scientifico. Inutile dire che venne contestato da tutti e che il provvedimento fu oggetto di alcune assemblee di classe e di istituto. Tra l’altro per Casalini il Classico era una boutique mentre lo Scientifico era un supermercato, questa era una delle sue espressioni preferite, che di fatto ricalcavano il sentimento della media borghesia piombinese (esiste ancora?).
Per tornare al problema della porta, è ancora Tamburini a ricordare che una delegazione di studenti andò da lui per chiedere spiegazioni. “Lei è preside di due scuole, non di una sola”, disse il portavoce dei ragazzi. Emanuele Casalini restò colpito da tanta decisione al punto che dopo due giorni fece riaprire il collegamento tra boutique e supermercato. Non era così rude come lo dipingevano le leggende, in fondo. Era un uomo sensibile e capace di ammettere di aver sbagliato. Quando rapirono Aldo Moro e per radio si diffuse la notizia c’è chi lo vide piangere, sconvolto e colpito dalla triste notizia, non aveva la forza di parlare, si limitò ad assecondare con un cenno del capo la decisione degli studenti di scendere in piazza e scioperare. Una tantum era d’accordo anche lui.
Il professor Casalini passava molto tempo a scuola, non era uno che sfruttava il pomeriggio per impartire ripetizioni, preferiva fare lezioni in classe al posto di qualche insegnante assente, risparmiava sulla nomina dei supplenti impiegando personale che disponeva di ore libere e adeguata preparazione. Era un uomo rigido, lo abbiamo già detto, una volta consegnando le pagelle fece a tutte le classi lo stesso discorso metaforico di un’auto che trascinava una roulotte con le ruote frenate, per dire che gli studenti insufficienti rallentavano l’andamento della classe. Una volta decise di far organizzare una gita scolastica direttamente ai ragazzi e agli insegnanti, con i loro mezzi, per evitare di far spendere tempo e denaro al comparto amministrativo scolastico. “Emanuele Casalini era un duro che sapeva essere buono”, conclude Stefano Tamburini. Era uno che poteva avere idee del tutto diverse dalle tue, ma era capace di comportarsi alla Voltaire, lottava fino in fondo perché quelle idee estranee al suo pensiero tu le potessi esprimere. Emanuele Casalini è stato anche il mio preside, visto che per cinque anni ho frequentato una boutique - come lui definiva il Classico - che, da modesto figlio di operai, forse non meritavo.