C’è questa nostalgia di un campionato finito
che sa di Proust, di madeleine sbriciolata,
non è solo calcio, è la perdita di un’abitudine.
Il rito domenicale mi possiede ancora:
la sveglia che taglia il sonno alle sette,
radersi piano davanti allo specchio appannato,
doccia veloce, e partire.
Un tempo la borsa a tracolla,
dentro la divisa stirata da mia madre
e le scarpe con i tacchetti di gomma dura
che battevano sul cemento come un rosario di guerra.
Correvo, allora. Sudavo.
Oggi spettatore partecipe di identico rito,
stessa sveglia, stessa strada, stesso cuore in gola.
Solo che adesso gli spalti sono poco gremiti
e guardo magliette sudate un po’ stinte
asciugarsi al vento d’aprile,
pantaloni guariti dalle ginocchia sbucciate.
Non gioco più. Ma respiro ancora con loro.
Questo è uno stadio antico, il mio stadio,
intriso di ricordi adolescenti.
Qui ho urlato partite perse con la voce rotta,
vittorie ruggenti che sapevano di birra calda,
pareggi improbabili strappati al novantesimo
quando pregare sembrava una tattica.
Quante vittorie e quante retrocessioni
su quel manto che ha perduto la sua erba,
ora terra, polvere, cicatrici.
Eppure lo amo di più così,
spoglio, sincero, senza trucco.
I ricordi corrono su altri ricordi,
si pestano i piedi come centrocampisti stanchi.
È poesia da un giorno che trasuda nostalgia
per un campionato finito
mentre un nuovo inizio bussa alla porta
della fine di un’estate.
E io mi rado,
faccio la doccia
e parto.
Di nuovo.
Come sempre.