Franco Biegi era un altro fior di giornalista piombinese, anzi, forse era più uno scrittore che un giornalista, perché gestiva bene i ritratti dei personaggi, commentava gli eventi, ricordava storie che profumavano di passato. Nel numero di febbraio del 1999 di Costa Etrusca - giornale che aveva fondato con Ivio Barlettani e Aulo Taddei - scrisse un pezzo profetico sul Sempione dal titolo evocativo: “Un altro angolo della città che cambia volto - Il vecchio cinema Sempione è giunto all’ultimo spettacolo”. Il cinema stava cedendo a colpi di piccone demolitore mentre Biegi pensava al futuro, implorava gli amministratori di avere a cuore la memoria storica, di conservare la facciata, lasciando intatta la scritta in rilievo “Cinema Teatro Sempione” sul frontone del terrazzino stile liberty. Una tantum un giornalista è stato ascoltato, perché il vecchio Sempione, pur trasformato in negozio - prima profumeria, poi abbigliamento - ha conservato (almeno nel ricordo) l’antica destinazione d’uso. Leggiamo cosa scriveva Franco Biegi osservando un immobile in degrado, un autentico rudere da ristrutturare. A nostro avviso un pezzo di letteratura popolare.
“Con il Sempione se ne va un’epoca. Per la verità già tramontata con la chiusura e l’abbandono del locale e forse anche un pochino prima. Ormai da tempo, infatti, gli operai di turno fino alle dieci serali non arrivavano più di corsa per assistere all’ultimo spettacolo - lasciando ben allineate e coperte le 'panierine' all’ingresso del cinema - e ormai da tempo i ragazzi non trascorrevano interi pomeriggi dei giovedì e delle domeniche inchiodati a sedere, per assistere, naso sullo schermo e commento ad alta voce, all’intero doppio programma. Come minimo due volte. A dar retta gli “ormai” non finirebbero mai. C’è il personaggio, forse un po’ patetico, della vecchia semaia e ci sono i nonni - tutti i nonni, compreso il nostro - che chiamavano 'cappelloni' i protagonisti del western. Non c’è irriverenza se ci salta in mente la storia del Nuovo Cinema Paradiso, immortalato nel film omonimo di Giuseppe Tornatore. I motivi d’accostamento sembrano esistere tutti, se c’è un divario, anche enorme, è costituito solo dalla differenza di bravura dei due… sceneggiatori. Sono almeno tre o quattro le generazioni di giovani che al Sempione - dal gradino più alto della loro magnifica ingenuità e semplicità - hanno gioito e tremato, provato emozioni, entusiasmo e scoramento e di nuovo entusiasmo. E riso, ma risate a tutta bocca e a tutto volume. Le gesta erano di Tom Mix e del suo cavallo Tony, di Kean Mainard e George O’ Brien, dell’occhialuto Harold Lloyd - Aroldo per la platea - di Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto (chi li ha mai chiamati Abbott e Costello?, nda) e di un giovanissimo John Wayne. Il tifo era tutto per loro e nel momento dell’arrivo dei nostri - celebrato anche da una canzoncina di grande successo - raggiungeva vertici da stadio. A nostro avviso, quel tipo di entusiasmo indicava i primi passi, l’avviarsi di un carattere, un’indole e una cultura tutta da plasmarsi, ma con dati presupposti per una buona riuscita. Tutto questo non c’è più. Ma la colpa non è certo solo della chiusura del Sempione”.
Per fortuna che gli amministratori di fine anni Novanta dettero retta a Biegi, conservando la facciata con la magica scritta, dando un tono alla fine del corso, restituendo un certo garbo al tristemente noto 'lato depressione', facendo ricordare con un pizzico di nostalgia misto ad affetto, un’epoca passata. Adesso anche chi scrive può passare davanti al vecchio cinema e ricordare i lunghi sabato pomeriggio trascorsi in compagnia di Tarzan e le domeniche con Godzilla e King Kong, a fare un tifo da stadio mangiando semi e gommoni tra poveri sedili di legno tarlato.