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La frittura di paranza

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia "La frittura di paranza" di Gordiano Lupi. Foto di Riccardo Marchionni

Tu pensa che ci sono maestre che correggono il termine paranza con il nome generico di peschereccio, me l’ha detto un amico l’altro giorno. Sono rimasto di sasso, esterrefatto, con gli occhi spalancati, come un pesce impigliato nella rete d’una vecchia paranza. Se quella maestra leggesse i miei racconti sai quanti segni rossi farebbe! Tanti da finirci la penna. La paranza è un peschereccio, certo, adesso le hanno dedicato pure una canzone, tutti conoscono il nome, ma forse non tutti sanno che è una barca da pesca speciale, una di quelle che navigano sotto costa. Per il Dizionario Treccani pesa massimo 25 tonnellate, possiede un albero a vela latina, il bompresso con il fiocco, è più larga che lunga, ha la prua tozza e la poppa ampia. A voler andare per il sottile, ci sarebbero anche le zaccarene (dette cianciole), imbarcazioni tipiche dell’isola di Ponza per la pesca sotto costa, diffuse nel Giglio e all’Argentario, un po’ meno nella nostra zona, ma possono capitare, soprattutto verso Marina di Campo, dove l’immigrazione di pescatori ponzesi è sempre stata forte. Aggiungo che in molti racconti piombinesi ho parlato anche di lampare, che - per usare la giusta definizione - sarebbero le grosse lampade ad acetilene montate a bordo di certi pescherecci per attirare i pesci di notte e catturarli con le reti o con la fiocina. Per estensione vengono chiamate lampare anche le piccole imbarcazioni che le montano, attirando piccoli pesci nelle reti a circuizione montate su bande laterali e assicurate a due stazze di legno. In ogni caso, sia che si tratti di paranze che di lampare o zaccarene, il pescato di piccola taglia che queste barche benedette portano a riva - solo nelle sere di bonaccia - produce uno dei piatti più buoni al mondo, quella frittura a base di triglie, piccoli merluzzi, sardine, acciughe, che infarinata e cotta in olio di semi (da cambiare spesso) era il piatto povero dei pescatori d’una volta, diventato il piatto ricco dei ristoranti dove si serve la vera cucina della zona. La frittura di paranza è una gioia per il palato, croccante e sopraffina, delicata e gustosa, saporita e intensa, mettici pure dei calamari e delle cicale, se li trovi persino dei polpetti e moscardini, gamberetti e totani, sempre pesce fritto resta. Ma il nome che gli diamo noi, anche se quel pesce lo catturi nelle reti d’una una zaccarena o d’una lampara, resta frittura di paranza. Chi viene da un paese lontano, magari del Nord, si chiede: “Ma che pesce è questa paranza?”. Mi raccomando non rispondete come un mio amico che negli anni Ottanta s’inventò una storia d’un mostro che viveva nelle grotte del Falcone, una sorta di bove marino chiamato paranza, mentre un fiorentino lo guardava allibito e pure un po’ spaventato in una notte di luna piena. Fate i bravi ragazzi, non vi prendete gioco dei turisti nordici che non sanno, magari solo perché non hanno mai gustato una buona frittura di paranza. Andatevi a rivedere la mia spiegazione, se non ve la ricordate potete leggerla, ma la cosa più importante è che accompagniate i turisti al ristorante, perché la parte pratica è fondamentale.