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​O te? O tua?

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia Gordiano Lupi propone un estratto del suo nuovo libro scritto con Cortigiani dedicato ai modi di dire locali

“Non mi si sono asciugati i panni e ora sanno di lezzo”, più che un modo di dire è una tipica espressione delle vecchie massaie quando mettevano in casa i panni tesi ad asciugare prima del dovuto, perché il cielo minacciava pioggia. Una lavandaia napoletana sostituirebbe l’espressione “sanno di lezzo” con “sanno d’uovo”.

“Se ’un la fai finita ti faccio un liscia e busso che dopo te n’accorgi!” è analogo al già visto (nel primo volume) “Se ’un la smetti passi per busseto!”. “Liscia e busso” è desunto dalla terminologia del tresette leggermente modificata, là dove si dice “striscio e busso”, qui si insiste sull’aspetto manesco di “prima ti liscio e dopo ti busso”. In parole povere il modo di dire (anni Settanta) sottintende a una scarica di legnate sul malcapitato.

“Come ’ene ’ene” è una forma contratta di “come viene viene”. Non andiamo tanto per sottile, facciamola questa cosa, poi si vedrà come viene, in definitiva basta farla.

“O te? O tua?”. Chi non l’ha mai detto negli anni Settanta - Ottanta alzi la mano. “O te?”, sottintende lo stupore di rivedere una persona dopo un lungo periodo di tempo. “O tua?”, sintetizza in due sillabe il desiderio di sapere come stiano di salute i parenti (“tua” sono i tuoi) della persona che da molto tempo non vedevamo”.

“Apre bocca e gli dà fiato!” si dice di uno che parla a sproposito. Molto meglio dell’attuale modo di dire giovanilistico “Ma ti ascolti quando parli?”, tra l’altro surreale, perché quando uno parla è raro che si ascolti, di solito lo ascoltano gli altri. Molto più efficace il tradizionale “Te apri bocca e gli dai fiato!”.

Vediamo alcuni vocaboli dimenticati. Il corno è il calzante per le scarpe; la crogiantina è la bruschetta; la lola è la coccinella; il pruno è una spina. Le orecchie voluminose vengono chiamate anche “bricchielle”. Si ricordi l’appellativo ironico vezzeggiativo “popo’ di bricchiellone”. L’averla è un uccello che un tempo a Piombino chiamavano “guea” perché tiene la bocca sempre aperta per mangiare ed emette il verso onomatopeico “gue / gue”.

“Non sudi, sei proprio una carogna!”. La frase “le carogne non sudano” si riferisce al fatto che alcuni animali non sudano come gli esseri umani, non hanno ghiandole sudoripare su tutto il corpo o non riescono a disperdere il calore in modo efficiente. In realtà, molti animali sudano, ma in modo diverso dagli umani, e il modo di dire si basa su una semplificazione che non è universalmente vera. Se per carogna s’intende un cadavere di animale, invece, va da sé che non suda di sicuro…

“Fare il giro delle sette chiese”, significa fare una lunga camminata, perché una volta per la vigilia di Pasqua o di Natale si usava visitare tutte le chiese del paese (per definizione sette) per vedere i sepolcri o i presepi. Il giro era lungo.

“Dormi come una valigia in stazione”, semplificabile (come faceva mio padre) anche con “dormi come una valigia”. Quante volte me lo sono sentito dire da piccolo! Significa che non ero troppo sveglio…

“Sei più stupido d’un fiasco voto!”. A parte il fatto che a Piombino “stupido” si è sempre detto “stùpito”, non si capisce cosa abbia fatto di male un fiasco vuoto per essere definito in tale modo.

“M’hai fatto veni’ du’ palle come quelle di Pellegro!”, merita citarla anche se desueta, perché Pellegro è morto da tanti anni. Le spiegazioni plausibili sono due: Pellegro era affetto da un’ernia voluminosa e vendeva palloncini al Torrione.

“Zipillo” significa satollo, pieno come un uovo, spesso usato al termine di un pasto abbondante con l’espressione rinforzata “ecco, ora sì che so’ bello zipillo”.

“Fare le cose a buzzico” l’abbiamo già detto nel primo volume, ma abbiamo dimenticato di aggiungere che a Piombino di diceva anche “fare le cose a crai” e aveva identico significato di fare le cose alla buona, senza troppa precisione.

“Darsi la zappa sui piedi” è abbastanza italiano, viene riferito a comportamenti autolesionisti, significa farsi del male o danneggiarsi da soli.

“Mettere il bastone tra le ruote” è usato ovunque. Il significato è noto, essere d’intralcio a qualcuno con il proprio comportamento, ostacolare i piani di una determinata persona, fare in modo che un certo evento non si verifichi.

“Un babbo fa le spese a cento figlioli, ma cento figlioli non son buoni a far le spese a un babbo”, significa che un padre vede e provvede per tutti i suoi figli, mentre la prole - anche se numerosa - non riesce a risolvere i problemi di un solo genitore.

“T’è morto il barbiere?”, si usava chiedere a un amico dalla capigliatura incolta.

“Sei nato al Colosseo?”, si dice a un tipo che quando esce non chiude mai la porta. Ancora più caratteristico: “Che c’hai ’na tenda a casa?”.