Al mercatino artigianale di Piombino, che si tiene una volta al mese - il secondo fine settimana -, incontri tanta gente e ne trovi di piombinesi rimasti avvinghiati al loro passato come muscoli di scoglio. Domenica scorsa ho incontrato Aldo Londi, che già mi aveva dato un buon numero di consigli tanto da farci un capitolo del libro, adesso dai nuovi appunti ci sta che di capitoli ne sorta fuori un altro. Un vero e proprio guazzabuglio - per dirla alla piombinese - un insieme di elementi nuovi, ma nel nostro caso per niente sconclusionati e nebulosi, quindi un guazzabuglio ordinato e preciso, una sorta di ossimoro. Abbiamo analizzato con il buon Londi persino cose non certo sopraffine, come lo scaracchio e il burino, due termini abbastanza volgari, ché il primo definisce lo sputo emesso maleducatamente per strada, il secondo descrive un insieme di saliva e catarro. A Piombino nessuno va mai a comprare le interiora di un bovino, qui si comprano le frattaglie, inoltre quando voglio indicare mio padre, il mio gatto, mia madre, dirò sempre il mi’ babbo, il mi’ gatto, la mi’ mamma. Chi ha mai detto padre o papà a Piombino? In altri tempi ti potevi prendere offese irripetibili, la cosa più leggera che ti potessero dire era trattarti da milanese. A Piombino si dice babbo e c’importa una sega se in Sicilia significa tonto, qui siamo in Toscana. Pure i nostri giochi vanno di pari passo con il tempo perduto e con la lingua che si modifica, ché oggi come oggi nessuno passa il tempo con la trottola, con le piste di sabbia e con il lancio di tappini da birra e aranciata riempiti di stucco o cingomma. Be’ pure il termine nostrano per indicare la gomma americana sarebbe da spiegare, ma è semplice, deriva dalla toscanizzazione dell’inglese chewing-gum. Gli americani portarono un sacco di cose quando ci liberarono, mica solo la cioccolata e la democrazia, anche le caramelle col buco, cilindriche e con un foro centrale, sono rimaste per anni come caramelle Polo, adesso non lo so mica se le vendono ancora. La strombola, invece, l’avevamo inventata da soli, era una fionda con gli elastici per scagliare il più lontano possibile sassi e forcine, con scopi non troppo simpatici, a volte si uccidevano uccellini e si ferivano gatti. La trottola era un gioco più tranquillo, al massimo “si facevano i beci”, si colpiva con la propria trottola quella dell’avversario e si rompeva. “Fare i gattini” aveva tutt’altro significato rispetto ai beci, invece, voleva dire vomitare, sentirsi male di stomaco, cosa che accadeva spesso quando si attraversava il canale per andare all’Isola d’Elba in una giornata di ponente o di maestrale. Certe volte le speranze di ottenere un risultato erano davvero scarse, quindi si diceva che erano “ridotte al lumicino”. Tutto può essere agli sgoccioli, anche le provviste di cibo o di acqua, casi in cui si ricorre alla locuzione piombinese “al lumicino”. A proposito di moccoli già lo sappiamo che sono le candele, ma moccolare significa pure bestemmiare mentre “un naso a spengi moccolo” è un naso adunco, alla Dante Alighieri, adatto a spengere un moccolo di candela, vista la forma. E quando i nostri vecchi facevano una cosa con fatica, a stento, dicevano “a marfatica”; se avevano sete bevevano “alla cannella”, mica al rubinetto, anzi “si attaccavano alla cannella”. Ricordo mio nonno gridare in piazza Dante quando bevevo alla fontanella dopo una partita di pallone: “’Un t’attacca’ alla cannella che prendi il tifo!”. Eravamo dei bei brindelloni, anche se in gergo piombinese “il brindellone” si traduce con bighellone, un tipo con poca voglia di lavorare che perde tempo tutto il giorno. Se ti tagliavi provocandoti una ferita che bruciava, dicevi: “Mi frizza!”; il pane morbido, appena sfornato, a Piombino è sempre stato morvido, soprattutto la mollica si è sempre chiamata midolla, il massimo era avere una midolla morvida. Qui le vespe e le api non pungono, ma pinzano; se uno è magro sfinito si dice che “regge l’anima co’ denti”; se è davvero male in arnese “sembra il ciuco di Lindoro” (o di Brandano); ascendere invece di scendere è un classico che deriva dal pisano e alle scuole elementari tutti l’abbiamo sbagliato (es: ascendi le scale). Una cosa di poco valore si dice che “vale tre braccia e una lira”, mentre la mela marcia da noi è sempre stata bacata, c’era il baco dentro, termine usato anche in senso metaforico. A Piombino non abbiamo l’alluce valgo ma “le patate ai piedi” e quando si grida si emette “un bercio” (voce del verbo berciare), nel senso di gridare in modo sguaiato. Un tipo innamorato cotto di una persona si dice che “ha preso una bella cenciata”, ma va bene anche per definire un ubriaco che non si regge in piedi. A tavola nessuno cucinerà mai la polenta, a Piombino soltanto pulenda e se un tipo è pigro e poco atletico sarà definito pulendone, un po’ alla milanese anche se per loro vale quanto detto prima, sarà sempre un polentone.