Interviste

Tamburini, tra le righe del giornalista scrittore

In occasione dell'uscita del libro “Briganti con la divisa”, seguiamo con l'autore il filo rosso che lega le sue storie di memoria, diritti e riscatto

Stefano Tamburini

Stefano Tamburini nasce a Piombino il 25 Febbraio 1961 da padre piombinese e madre elbana. Divoratore di libri e di strade dove consumare scarpe da marciatore, coltiva anche la passione per il giornalismo muovendo già a fine liceo i primi passi nella professione nella redazione piombinese del quotidiano Il Tirreno. Comincia poi un lungo viaggio nei giornali di mezza Italia. Di alcuni diventa direttore: Corriere Romagna, Agenzia Agl (che cura il notiziario nazionale per i 18 quotidiani locali del Gruppo Espresso), la Città di Salerno e Il Tirreno. Fra una direzione di testata e l’altra, c’è anche l’incarico di coordinare supplementi e inserti per i giornali del Gruppo, in particolare quelli legati ai grandi eventi sportivi (Olimpiadi, Europei e Mondiali di calcio) e alle tematiche dell’innovazione tecnologica.

Fra le tante collaborazioni, quelle con il settimanale Autosprint e con il quotidiano abruzzese Il Centro, per realizzare una serie di ritratti di Ribelli dello sport, che poi hanno contribuito a far nascere il suo primo libro Il prezzo da pagare, pubblicato nel 2022, con lo sport scenario di lotta a favore dei diritti umani e civili. Il libro è stato semifinalista al premio Bancarella Sport 2023 e insignito del premio Books for peace 2023. Nel mese di Novembre 2023 è uscito il secondo libro di Stefano Tamburini, dal titolo Beati, dannati e sogni truccati. L’opera rivela la commistione perversa tra la poesia delle grandi imprese sportive e i grandi affari non sempre puliti che si nascondono all’ombra della passione popolare. Nell’Aprile del 2024 il romanzo-verità L’uomo e il mare, storia di un sub ucciso da uno squalo e dei tentativi falliti di ucciderlo ancora. Nell’Ottobre del 2025 il saggio L’Italia dei favori, storie di sistemi di potere nel Paese degli interessi particolari. Questo libro si è classificato al primo posto nella seconda edizione del Premio nazionale letterario e giornalistico Pier Paolo Pasolini e la premiazione si è svolta a Venafro (Is) il 6 Giugno 2026.

Da QUInews Val di Cornia abbiamo deciso di rivolgergli alcune domande per conoscere meglio la sua storia e i suoi progetti.

Nel corso della tua carriera hai raccontato l’Italia da molte prospettive diverse. Quale è la responsabilità più grande quando si racconta la comunità?

"La responsabilità più grande è quella di permettere a chi non è in grado di farlo – il cittadino in genere e più in particolare a quello con meno mezzi culturali – di percepire situazioni all’apparenza invisibili o talvolta anche rappresentate in modo artefatto, falso, dal potente di turno, dagli apparati compiacenti e anche da un’informazione servile. Il giornalismo non è, non dovrebbe essere, “copia incolla” o microfoni da sorreggere di fronte al potente di turno. Il giornalismo sano non è, non dovrebbe essere, una missione rivolta alla protezione degli amici o alle scorribande contro nemici predefiniti. Il mio libro “L’Italia dei favori”, pubblicato nell’ottobre del 2025, in questo senso è illuminate. I “brutti” e “cattivi” possono stare ovunque, a sinistra, al centro o a destra. Questo ovviamente non vuol dire che tutti siano “brutti” e “cattivi” a prescindere. E che tutti siano uguali."

Hai iniziato a scrivere giovanissimo per i giornali. Come è cambiato il giornalismo e l’informazione (cartacea, online, radio, podcast, video brevi)? Che differenze ci sono tra vecchi e nuovi formati, fra i lettori di una volta e gli utenti contemporanei?

"Cambia il medium ma non il messaggio. Il giornalismo resta giornalismo, o meglio dovrebbe restare giornalismo, a prescindere dal mezzo che si utilizza. Il problema è che molti editori non hanno capito che è controproducente, se non devastante, non distinguersi nella qualità, pretendere di far pagare contenuti che altri possono fornire gratuitamente. E inoltre cercare di inserire nei “rulli” contenuti a pagamento di basso livello che contribuiscono a svilire il marchio della testata (oggi lo chiamano “brand”). Lo sapete benissimo anche voi di QUInews, che abbiamo a che fare con contenuti falsi diffusi sui social che superano di gran lunga quelli veri, attendibili. Fare filtro non vuol dire censurare. Anzi, tutt’altro."

Come se ne esce?

"Purtroppo siamo di fronte a una battaglia complicata, che il giornalismo può portare avanti solo utilizzando i mezzi della professionalità e della correttezza deontologica. Con due soli giudici, i magistrati per il rispetto delle leggi e l’Ordine professionale per il rispetto delle regole deontologiche. Poi ci sono i cittadini, giudici a loro volta, che possono abituarsi a capire chi offre prodotti sani e chi prodotti fatti marcire al caldo delle calunnie. E, soprattutto, non devono essere i politici a fare le pagelle ai giornalisti. Oggi ci sono i La Russa e i Salvini a fare da censori al giornalismo d’inchiesta, in passato ci sono state le rubriche di Matteo Renzi alla Leopolda (“il giornalista della settimana”, sempre uno che aveva osato criticare) o le intemerate dei Cinque Stelle dell’epoca Grillo-Casaleggio che teorizzavano di fatto la sparizione di quasi tutti gli organi di informazione affidando il “verbo” solo al loro “Blog delle stelle”. Di fatto la politica teorizza – e già mette in pratica – quello che è “balconismo”. Tante “Piazza Venezia” virtuali dove il potente sta sopra e spiega, gli altri stanno tutti sotto ad ascoltare per un finto dialogo fatto di domande filtrate e senza mai la doverosa controdomanda quando la risposta non è soddisfacente."

Da giornalista a scrittore, nei tuoi libri racconti storie di memoria, ma soprattutto storie umane, anche di riscatto sociale, riaprendo dibattiti e riflessioni su tematiche che rischiano di essere dimenticate. C’è un filo rosso che le unisce tutte?

"Sì, il filo rosso è duplice. Il primo è quello del recupero della memoria. Stiamo attraversando una fase storica dove non solo si tende a dimenticare ma c’è chi offre una versione falsata del passato per piegarla a una visione riabilitativa degli orrori del fascismo e del nazismo. In più, specie nei primi due libri, “Il prezzo da pagare” e “Beati, dannati e sogni truccati”, racconto storie in gran parte poco conosciute di dure lotte per la conquista di diritti umani e civili che oggi diamo per scontati senza renderci conto che sono nel mirino di una politica del “cattivismo”, che li mette in discussione senza farlo apertamente. Donne e uomini coraggiosi hanno pagato prezzi durissimi per rendere la nostra vita più giusta e abbiamo il dovere di non rendere vani i loro sacrifici. La consapevolezza può aiutare a dare coraggio a ragazze e ragazzi di oggi."

E come si lega tutto questo con gli altri libri?

"Nel penultimo libro, “L’Italia dei favori”, racconto – con otto macrostorie vissute personalmente – una sorta di “antistato” nello Stato che trasforma i diritti in concessioni, che riduce tutto a una politica di scambio, dove il politico è sempre al servizio dei potenti e il cittadino diventa carne da urna elettorale. Gli altri due sono romanzi-verità, storie vere, emblematiche di comportamenti dannosi che possono aiutare a riflettere. “L’uomo e il mare” non è solo la storia devastante di un sub ucciso da una squalo ma anche e soprattutto quella dei tentativi di ucciderlo una seconda volta con la menzogna, per accreditare come vere realtà costruite ad arte essenzialmente per non danneggiare l’industria turistica e quella del materiale per immersioni. Storia che fa capire che l’animale più feroce non è lo squalo, che ha fatto solo il suo “mestiere”, ma l’uomo, che stava riuscendo a dare il peggio. Per fortuna quella battaglia la vincemmo, anche grazie al ruolo positivo del giornalismo “buono”, opposto a quello “cattivo”, che era molto più potente."

Il tuo ultimo libro in uscita “Briganti con la divisa”, pubblicato da Il Foglio Letterario, ripercorre una storia cominciata negli anni Novanta e che non ha bisogno di fantasia per diventare un dramma reale. Come scegli le storie a cui dare voce?

"Scelgo storie che mi sono rimaste dentro e che al tempo stesso possano essere utili a capire le dinamiche attuali. Il libro “Briganti con la divisa” parla di poliziotti cattivi sconfitti da poliziotti buoni, quindi non è un libro “contro” la polizia. Tutt’altro. È la storia di due innocenti finiti in carcere ingiustamente, il primo perché era il colpevole perfetto (un povero muratore del quale fregava niente a nessuno), il secondo perché era un giornalista-giornalista che quell’indagine l’aveva sviscerata, criticata, smontata. Non era un mio amico, lo è diventato dopo, ne ho respirato la sofferenza umana, ho percepito la sua dignità calpestata. È morto per via di un cancro a 57 anni, quando avrebbe potuto godersi i frutti di una battaglia vinta. Sentivo di dovergli restituire qualcosa di quell’umanità che mi aveva regalato. E poi, in tempi di tentativi di invocare “pieni poteri” alla polizia, questa è una storia che deve far riflettere. Dopo aver letto il libro provate a pensare cosa avrebbero potuto fare oggi quegli agenti infedeli con meno vincoli di quelli che avevano allora. Già all’epoca fabbricavano prove fasulle, non solo contro il collega arrestato grazie a della droga piazzata nella sua auto. E pensiamo ai casi di Stefano Cucchi, del poliziotto assassino del commissariato di Rogoredo, o a Federico Aldrovandi. Oltra agli agenti e ai carabinieri infedeli, ci sono stati loro colleghi che “dopo” hanno falsificato le prove per carcare di andare contro la verità. Ancora più grave del delitto principale. E, già che ci siamo, pensiamo anche ai tentativi di secretare ogni fase delle indagini. La salvezza di quel collega passò anche dalla trasparenza di ogni atto di indagine. Con la secretazione avrebbe rischiato di passare una decina di anni in galera."

Se dovessi scegliere un titolo di giornale per descrivere il momento storico e culturale che stiamo vivendo oggi, quale sarebbe? E chissà, magari potrebbe essere uno spunto per un prossimo libro...

"Non ho ancora in mente il progetto del prossimo libro, di solito quando sta per uscire l’ultimo sono ancora “dentro” a quella storia. Ne ho vissute anche altre adatte a diventare un romanzo-verità. Nel frattempo, se dovessi scegliere un titolo secco di giornale, quelli da una sola riga, difficili da fare ma facili da capire, proporrei “Ritorno al medioevo”. Medioevo dei diritti, cittadini che stanno tornando sudditi di un re che non c’è, di un potere che è sempre meno della politica e sempre più delle lobby economiche che dettano l’agenda a chi, in teoria, dovrebbe governare in nome e per conto dell’interesse generale. E invece fa esattamente il contrario."

La prima presentazione del nuovo libro di Stefano Tamburini si terrà giovedì 10 Settembre alle ore 17 in biblioteca a Piombino nell'ambito rassegna “Piombino scrive. Libri a KM 0!”.