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domenica 09 dicembre 2018

Attualità domenica 13 maggio 2018 ore 09:27

L’omicidio di Alessandro Appiani

Via Giuseppe Garibaldi a Piombino

Dal mistero sulla morte di Alessandro Appiani, Gordiano Lupi su #tuttoPIOMBINO la seconda parte sulla ricostruzione romanzata dell'accaduto



PIOMBINO — Alessandro si affacciò al balcone del palazzo che dalla Cittadella scopriva il mare e assaporò il profumo di salmastro e delle tamerici. Era una mattina di fine settembre del 1589. Un fresco maestrale solcava il canale e i gabbiani si gettavano tra le onde a caccia di facili prede. Le paranze erano uscite per mare e le popolane si affollavano alle fonti della Marina per la consueta provvista d’acqua. 

Lui era appena rientrato nella capitale. “C’è bisogno di te” avevano scritto i pochi amici che ancora gli restavano. Alessandro aveva capito che gli affari da sbrigare a Fosdinovo erano meno importanti. Doveva tornare a Piombino. Gli anziani stavano alzando la testa e gli spagnoli pure. Occorreva il suo pugno di ferro per mettere a posto le cose. Imbandirò qualche forca e farò un po’ di pulizia. Ogni tanto ce n’è bisogno. Pensava. In realtà sarebbe bastato molto meno. La sua presenza avrebbe scoraggiato tante pretese. Il vicario e gli anziani erano in disaccordo ma lui sapeva come mettere ognuno al suo posto. La moglie Isabella aveva ordinato qualche arresto per placare le acque. Ma non era sufficiente. E così Alessandro era partito. Da Fosdinovo a Piombino aveva attraversato paludi malsane, stupende calette sul mare, foreste di lecci e cipressi, arenili deserti.

Finalmente aveva toccato Porto Baratti e la campagna che si apriva davanti alla capitale, quindi era entrato dalla Porta a Terra e aveva raggiunto il palazzo della Cittadella. Alessandro non aveva un buon carattere. Gli anziani non lo amavano e il popolo lo temeva. Mancava di diplomazia, utilizzava metodi spicci e cruenti per risolvere i problemi. Non era capace di abbindolare nessuno, non possedeva l’oratoria di chi lo aveva preceduto. Però era un uomo leale, un combattente, un rude guerriero che amava la sua terra. Lottava per l’indipendenza di quel piccolo stato più di quanto avessero fatto in passato i componenti della famiglia Appiani.

Alessandro uscì in veranda per la colazione. Un tiepido sole riscaldava la mensa solitaria, pochi passerotti cercavano piccoli avanzi, gabbiani regali volavano come sentinelle sulle torri del palazzo. Da quel posto Alessandro poteva dominare la sua terra, quel piccolo stato dove tornava volentieri per riposare da battaglie e avventure. In lontananza vedeva il confine della Torre Nuova di Baratti, poi Punta Galera, Cala delle Tamerici e Cala Moresca, fino alla Torre della Troia, passando per Porto Falesia, Torre Mozza e Follonica. Non c’era luogo del principato che non avesse toccato. Non c’era paese che non avesse difeso. Davanti agli occhi aveva l’Isola d’Elba, poi gli isolotti di Cerboli e Palmaiola, infine Montecristo e Capraia, lontanissime e deserte. Poteva solo immaginare i castelli di Scarlino e Montioni e le campagne di Suvereto, le paludi da bonificare, i fiumi Pecora, Cornia e Cosimo che formavano qua e là piccoli stagni e laghetti. Quella era la sua terra e là voleva morire. Se solo avesse saputo farsi amare dagli anziani e dal popolo come era riuscito ai suoi avi tutto sarebbe stato perfetto. Era la cosa più difficile, purtroppo.

Alessandro non riusciva a tenere vicina neppure la sua famiglia. Isabella era una moglie che pensava soprattutto all’interesse di stato e i rapporti con il marito erano formali e distaccati. Oltre tutto lei faceva in modo che il figlio frequentasse poco il padre e lo affidava a educatori e precettori. Il principe, quando era a Piombino, si ritirava nella solitudine della veranda a scrutare il mare e a scrivere un memoriale. Certo, la sua vita era fatta di pene e di rimpianti. Suo figlio, per esempio. Avrebbe voluto vederlo più spesso e insegnargli quel che doveva sapere sull’arte della guerra e su come tenere a bada fiorentini, pisani, spagnoli, mori e pirati. Lui sapeva bene come si difendeva uno stato.

Alessandro non era un diplomatico. Preferiva le armi alle trattative. I suoi rapporti con Don Felix de Aragona, il capitano spagnolo che controllava il principato in nome dell’imperatore, non erano facili. Lui non avrebbe voluto quella convivenza imposta dall’esterno e non riusciva a trattare con gli spagnoli. Non sopportava la loro alterigia. Per questo Alessandro delegava spesso Isabella. La moglie era di famiglia iberica e con Don Felix si capivano al volo. Sin troppo. La bella principessa si faceva accompagnare dal capitano persino ai balli di corte. A Piombino cominciò a correre voce che Isabella fosse l’amante di Don Felix e la diceria giunse all’orecchio di Alessandro. Era vero? Non lo sapeva e non gli interessava più di tanto. Ciò che aveva a cuore era che Isabella tenesse a bada l’arrogante spagnolo mentre lui pensava alle incombenze del piccolo stato. In realtà non aveva mai amato Isabella. Era solo la lontananza dal figlio a farlo soffrire. 

Alessandro uscì dal palazzo di Cittadella con una piccola scorta e rispose ai saluti di sempre. Nobili, anziani e semplici popolani si inginocchiarono al suo passaggio. Ma c’era qualcuno tra loro che provava davvero affetto verso di lui? A questo pensiero un brivido percorse le sue membra. Alessandro poteva dirsi temuto, non certo amato. Era un uomo solo e si consolava pensando che quello era il prezzo del potere. I suoi pochi amici erano Iacopo Calefati e il capitano Francesco Belloni, oltre all’anziano Domenico Vecchioni. Era con loro che faceva tardi nelle osterie della Porta a Mare a bere, a parlare del passato e di come avrebbe voluto modificare il presente. Sembravano d’accordo nel volere un principato libero, senza la fastidiosa presenza spagnola. Restava il fatto che gli spagnoli erano gli unici tutori della libertà, con le guarnigioni spianate sul porto, con gli archibugi protesi contro i pirati e gli attacchi moreschi. 

Anche quella sera Alessandro avrebbe cenato all’osteria del Gatto Nero in Piazzetta dei Grani con gli amici Belloni e Calefati. Una cena per salutare il suo rientro nella capitale alla fine del mese di settembre dell’anno 1589. Furono servite molte portate a base di pesce fresco, cucinato con spezie oppure cotto sui carboni ardenti, innaffiato con vino dell’Elba e delle tenute di Vignale e Montioni. Quando i tre amici uscirono all’aria aperta sembravano più allegri del solito, passarono dalla Marina per rinfrescarsi con l’acqua corrente dei Canali, poi risalirono per la Porta a Mare e presero via Tra Palazzi, un vicolo buio e stretto dove a quell’ora non passava un’anima.

Alessandro si sentiva tranquillo in compagnia del fido capitano Belloni e dell’amico Calefati, sapeva che insieme a loro non aveva niente da temere. Erano i soli amici che aveva. Mentre camminava e assaporava l’aria fresca della notte pensava a quel che restava da fare per la sua città. Nuove fortificazioni per renderla più inaccessibile, strade da lastricare, palazzi da decorare, chiese da affrescare, spettacoli per il popolo…. Alessandro era immerso nei sogni quando il primo colpo di archibugio lo colpì allo stomaco. Sentì un dolore caldo e non si rese neppure conto di quel che stava accadendo. Il secondo colpo lo raggiunse al petto e lo fece cadere nella polvere del selciato.

Isabella, dove sei? pensò.

Isabella in quel momento sorrideva abbracciata a Don Felix e pensava al piccolo Iacopo VII sul trono e a se stessa futura reggente. Dopo quella notte Alessandro non avrebbe più rappresentato un problema.

“Amici, mi stanno uccidendo!” ebbe appena la forza di gridare.

Attorno a sé vide soltanto sorrisi beffardi. Comprese d’un tratto che lo avevano condotto a morire. Un ultimo colpo di archibugio deturpò il suo viso. Forse recitò una preghiera. Forse no. Alessandro non era un uomo di chiesa. Alzò appena gli occhi e vide Domenico Vecchioni con altri energumeni armati di alabarde e spade. Lo trafissero più volte. Domenico si avvicinò. Alessandro lo supplicava con gli occhi di salvarlo. Fu la sua spada a dargli il colpo finale. E fu proprio Domenico il primo a gridare: “È stato ammazzato il Signore!”

Tratto da Piombino Leggendaria

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Gordiano Lupi
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