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Attualità domenica 17 novembre 2019 ore 08:00

Ritorno alla mia pinetina

Su #tuttoPIOMBINO di Qui News Val di Cornia "Ritorno alla mia pinetina" di Gordiano Lupi. Foto di Riccardo Marchionni



PIOMBINO — Non è cambiata molto la mia Pinetina, dove andavo bambino per mano a mio nonno a scoprire il futuro, come in un vecchia canzone di Guccini. Forse è uno dei pochi luoghi di questa città rimasto uguale a se stesso, sopportando le ferite del tempo come inevitabili macchie sulla pelle. Tutto intorno nascevano scuole, palazzi, finivano coste rocciose in frantumi di mare, correvano bambini in attesa di abbandonare pantaloni corti, nonni stanchi raccontavano storie di pirati, sirene, guerre lontane, campagne abbandonate tra colline perdute. 

La Pinetina, ignara della nostra piccola storia, tendeva braccia ritorte al vento di mare, piangeva lamenti d’umido scirocco, si contorceva al ponente, si lasciava aggredire dalla tramontana, si opponeva al maestrale. Invecchiava, certo. Ma non si capiva. Una decadenza lenta, impercettibile, arbusti sagomati da smorfie di dolore, pennellate di colore gettate sulla tela, proprio di fronte al mare, verde, azzurro cielo, ocra di terra smossa, come in un quadro di Fattori, tormentato dal vento di libeccio. Adesso, trovarsi a vagare per quel lungomare spettrale, lunga direttrice che perlustra mattine d’inverno, quando il cielo lacrima gocce di scirocco e l’umidità penetra nelle ossa, è come vivere un sogno. Alzare gli occhi al cielo, vedere alberi in preghiera, scrutare istanti lontani, rivoli d’eternità che fecondano la terra del tuo passato. Ricerca d’un tempo perduto sulla scia d’una nave passeggera, solitaria compagna di giorni fanciulli, quando inventare una storia di pirati era più facile che lasciarsi cullare da struggenti canzoni d’amore. Di notte cavalcare il terrore di povere mani protese nel cielo oscuro, che non chiedono perdono ma implorano il ricordo del passante, inquietanti presenze uscite da un incubo di Lovecraft. 

La Pinetina rimpiange un passato di giovane macchia mediterranea, piccola foresta di città radicata tra rocce di calcare, barba di giove, lentisco, scalinate corrose dal tempo che nessuno ha mai pensato di riparare. Non lo fate. Non restaurate i sogni. Non cospargete di vernice i ricordi. Non fate che si perda la magia di panchine divorate dall’umida notte e intagliate di cuori innamorati.

Non esistevano ancora i lucchetti, parole d’amore soffrivano su cortecce intagliate e fredde panchine di legno, a volte persino dipinte su scogliere, proprio in faccia all’Isola d’Elba. Il nostro amore sarebbe stato eterno, mi dicevi. Non è eterna la vita, incerta, insondabile presenza in un mondo dove cercare il senso è cosa per filosofi, non per me, capace soltanto di dare un senso alle parole, o di canticchiare un vecchio ritornello di Vasco Rossi. Non sono eterni i sentimenti, che nascono e muoiono come papaveri a primavera, fiori del fico degli ottentotti in una notte di maggio, incostanti, provvisori, labili, su scogliere bruciate dal sole e distrutte dai venti. Ma tu non ti arrendevi, volevi farlo sembrare eterno il nostro amore, intagliavi brevi poesie sulle panchine, frasi copiate da qualche verso di Prevert, foglie morte d’un orizzonte privo d’incertezze. I tuoi occhi perduti nei miei, un battito d’ali, un sogno, un pensiero, capaci di capire soltanto ciò che non sarebbe stato, quel che non avremmo voluto. Mai un’incertezza, nonostante tutto, senza un’indecisione, buttarsi nelle avventure più assurde senza aver niente da rimpiangere. Esisteva soltanto il sogno. Adesso è tempo di ricordi. Le tue mani tremanti, una costa rocciosa battuta dai venti, logore parole d’amore, sabbia che scivola via lentamente nella clessidra del tempo. Troppe cose si perdono nelle feritoie della vita. Capita che un giorno, non sai come, ti scopri a cercarle tra le rocce della Pinetina, ferita che gronda ricordi, affacciata sul viale delle tamerici e degli oleandri - come mi piace chiamare Lungomare Marconi - prima del palazzo della Sirena, a due passi dall’Hotel Esperia e dal Canaletto, il mare della mia infanzia. Braccia scheletriche protese ad abbracciare l’infinito, quando il sole a picco si perde dietro le colline dell’Isola d’Elba, profumo di resina e felci bagnate tra terriccio rossiccio e calcare, ricordi d’un passato che si fa tramonto nel rosso colore della sera. 

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata



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