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martedì 25 giugno 2019

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

​Deficienza artificiale

di Libero Venturi - domenica 05 maggio 2019 ore 07:30

Hanno ragione quelli che dicono: come un libro non c’è niente, l’odore della carta, il fruscio delle pagine... È giusto, i libri veri hanno un fascino che gli e-book, tranne il fatto che consentono di risparmiare alberi e memorizzare brani, non avranno mai. Senonché quindici scatoloni quindici, accumulati nel corso di una vita, se è vero che fanno parte del tuo bagaglio esistenziale e quindi della tua identità, è anche vero che, come tutti i bagagli e le identità, sono pesanti da portare e, sopratutto, da trasportare. Provate a cambiare casa spesso e me lo saprete dire. Magari tre piani senza ascensore. Salire e scendere. Mettere nelle scatole, togliere dalle scatole. Rompersi le scatole. Che fatica e che pena, tutte le volte! Trovare il posto adatto a scaffali, mensole volanti o librerie. Lasciare immancabilmente molti libri inscatolati in cantina, in soffitta o dentro uno stanzino. Alla lunga il peso della cultura che si valuta in sapere -e il mio, tutto sommato, è poco- diventa un peso che si misura in chili e i chili, tutti sommati, sono parecchi. Troppi, come gli anni passati. E tutto si sconta, sopratutto il passato. Te ne accorgi quando cambi casa e continui a portarti dietro roba. “Roba mia, vientene con me!”. E, fra questa roba, libri e librerie. Ma infilare tutte le case in cui sei vissuto, nella tua nuova casa, magari un monolocale, è un problema irrisolvibile. Come infilare la gioventù e tutti gli anni trascorsi, nella tua vecchiaia. Allora realizzi che nel Kindle ne hai altrettanti di libri, sotto forma di e-book, leggeri, eterei, impilabili in semplici file, contenuti nelle cartelle di una memoria capiente, su una libreria digitale che non importa smontare o rimontare. Stanno comodamente nella tua tasca e vengono con te agilmente su e giù per il duro calle e l’altrui scale, ovunque vai o dovunque traslochi. E allora se ripensi ai libri di carta e ai loro sostenitori, pur condividendone le ragioni, non puoi fare altro che arrenderti al motto del Sodalizio Muschiato di vernacolare memoria del compianto professor Ettore Borzacchini: “vi c’ho ner cuore, ma vi vò ner culo”. C’è anche una barzelletta. “Perché gli ebrei sono così bravi a suonare il violino? Provate voi a scappare, inseguiti dai nazisti, con un pianoforte sulla spalla!”. Così anch’io, con le dovute distanze e le dovute scuse, inseguito e perseguitato dai traslochi, opterò per il Kindle e d’ora in poi anche il presente, con tutti i “se” e tutti i “ma”, traslocherà nel futuro.

Ma non tutta l’informatica ci soccorre sempre, almeno non subito. Se cambi casa, prima di avere il nuovo contatore del gas allacciato, procura di vedere quante pizzerie da asporto e quanti ristoranti cinesi take away ci sono in zona, se vuoi almeno nutrirti. Perché prima di avere l’uso effettivo della cucina passerà del tempo. Pur nell’era digitale tocca ancora riempire una discreta mole di moduli cartacei e spedirli in culonia, per raccomandata con ricevuta di ritorno. Comunque all’agenzia ti hanno promesso che il gas sarà prontamente attivato in cinque giorni lavorativi o entro 32 ore, non ricordi bene, ma quanto prima sarai contattato. Perciò ti sei recato alle Poste, hai preso il numero da una macchina elettronica, che non sai mai quale servizio digitare. Perché importante è vivere, ma più importante è digitare, anche per questo abbiamo il pollice opponibile. Poi ti sei fatto una mezz’ora buona di fila, dopodiché una solerte impiegata dell’ufficio poste e telegrafi la ricevuta te l’ha compilata a mano perché, puttana miseria, il suo computer e relativa stampante sono andati in crisi o in overdose di connessione. Oppure è la sfiga di cui sei portatore sano che ti perseguita, vallo a sapere. Comunque qualche tempo dopo ti appare sul cellulare un numero sconosciuto con un prefisso che sa di lontananza e di mistero. Un operatore anonimo ti dice chi sei e te rispondi: esatto. Ti dà un indirizzo di casa, e te rispondi: sbagliato. Solo in seguito realizzi che è il vecchio nome della piazza, ma è sempre casa tua. Comunque la voce al cellulare ti informa cortesemente che, al momento, non riescono a darti un appuntamento e che sarai chiamato direttamente da un tecnico. Così i cinque giorni lavoratori o le 32 ore, che di giorni sarebbero solo tre, non sono passati senza che tu sia stato contattato e l’impegno formalmente è stato assolto. Tutti sono a posto. Tutti all’infuori di te, che sostanzialmente non hai ancora il contatore del gas. Verrà un tempo che tutto ciò si farà davvero più velocemente e questo tempo si chiamerà futuro. Quello di oggi è ancora soltanto il presente, ancorché tendente all’eternità.

Il meglio però è quando devi cambiare la “Vodafone Station, che poi sarebbe un modem o un router che sono termini che hai imparato a dire per darti un tono, ma non lo sai di preciso che cazzo sono. Però sai che servono per il collegamento alla rete informatica e telematica e basta la parola. Come un tempo il “Confetto Falqui. L’effetto del resto è il solito, in senso nominalista e gastrointestinale. All’agenzia -il mondo è tutto un’agenzia- non ti risolvono il problema. Te pensi, allora che ci state a fare? Per prelevare i soldi ci sono già le banche. Però ti assicurano che non c’è problema, basta telefonare al 190 e fanno tutto da sé. Ormai è tutto un fai da te. Stiamo entrando nell’era del bricolage del futuro. Infatti chiami il 190, stai pazientemente in linea e, dopo un po’, ti risponde una voce computerizzata che ti dice quale numero digitare sul cellulare, che non ci avevi pensato a visualizzarli, i numeri, ma provvedi subito. Dopodiché devi restare in attesa, con il conforto di una musichetta ossessiva, ma non più di cinque minuti -chissà da quanto partono, perché sembrano parecchi di più- finché una voce femminile, che potrebbe provenire anche dall’estero, ma per fortuna è in Italia e parla italiano, finalmente ti risponde e ti dice il suo nome. Ti avverte che la telefonata può essere registrata -e te pensi chissenefrega- e te ne chiede il motivo. Allora gli spieghi che devi trasferire l’utenza e il collegamento digitale relativo al tuo contratto che, tra l’altro, pensavi fosse annuale e invece è pluriennale e forse eterno, come il presente. Ti chiede se sei proprio te, dice il tuo nome ed è tutto chiaro o così sembra. E, sopratutto, ti dice: il trasferimento è gratuito. Ah, pensi, meno male, che bello! Non avevi più sentito il dolce suono della parola “gratuito” per i nuovi servizi che, introducendo la concorrenza, avrebbero dovuto farci risparmiare. E invece hanno concorso a farci acquistare più cose, mentre facevano di noi degli uomini moderni. Solo, aggiunge la voce melliflua, verranno a cambiare la “Station e la nuova costa appena sei euro in più al mese. O non era gratis? Ma è incredibilmente più veloce, replica la vocetta, che comunque si scusa, capisce, ma non può farci nulla, è la politica dell’azienda. Lei è solo al call center e, a proposito, ti chiede se cortesemente risponderai ad un questionario di pochi secondi, circa il trattamento ricevuto. E te rispondi garbatamente e galantemente che il servizio ricevuto da lei, la voce, è inappuntabile, ma quello dell’azienda fa schifo ed è una fregatura. A te sarebbe bastato riattivare il vecchio modem o router che sia e, sopratutto, farlo subito, dato che paghi già, in base ad un contratto altrimenti ritenuto intoccabile. Invece è passata una settimana e il vecchio collegamento non ce l’hai più, in compenso quello nuovo non arriva. E ti senti inadeguato, disadattato, un “misfit”: c’era anche un film con Marilyn Monroe e Clark Gable, tradotto in italiano con “Gli spostati”. Sei sconnesso nell’era della connessione digitale.

Concludo questa miscellanea sull’intelligenza artificiale, in cui peraltro credo, con il “semaforo intelligente” o presunto tale. Le macchine sono create a nostra immagine e somiglianza, come nella Bibbia si dice a proposito degli uomini e di Dio. Ma ci sono uomini intelligenti e uomini furbi. E, per quanto riguarda le facoltà cerebrali umane, c’è confusione tra i due sistemi operativi: non sempre una persona intelligente è anche furba e viceversa. Poi ci sono quelli che sono tutte e due le cose insieme e quelli, come me, che non risultano nessuna delle due. Bene, anzi male, perché anche le macchine le abbiamo concepite così. Ogni volta che arrivo in auto ad un certo semaforo, il verde immancabilmente vira sul giallo. Sei in velocità e pensi: ce la faccio, ce la faccio, ce la faccio. Tre volte. E tiri dritto, ma non ce la fai. D’altronde a quel punto non puoi mica inchiodare nel mezzo di un incrocio! Ma a metà del demoniaco cross road scatta sempre e fatalmente il diavolo rosso. Cosicché la macchina fotografica, collocata sulla postazione semaforica o a suo corredo, ti riprende, sopratutto immortalando la targa e sono qualche centinaio di euro di multa e molti punti in meno sulla patente. Perché quel semaforo, più che intelligente, è furbo al contrario di me. Ma, più che furbo, è stronzo come noi. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 5 maggio 2019

Libero Venturi

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