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Attualità domenica 01 maggio 2022 ore 08:09

​Le lotte per il lavoro in Magona nel 1953

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia Gordiano Lupi ricorda le lotte operaie degli anni ‘50



PIOMBINO — In occasione del Primo Maggio, ricordiamo una pagina di lotta per il posto di lavoro combattuta dal movimento operaio, che vide un atteggiamento ambiguo da parte dei dirigenti dell’azienda e dei rappresentati di governo, con un sindacato indeciso e diviso, in parte corresponsabile dell’accaduto.

È l’estate del 1946 quando la Magona d’Italia riapre i cancelli a Piombino, con i padroni in situazione di privilegio, anche se lo stabilimento è stato bombardato e devastato. La Magona non ha problemi di conversione industriale, basta recuperare un logoro macchinario per iniziare la produzione di banda stagnata e imporre un prezzo alle imprese che richiedono il prodotto finito. La Magona lavora in una situazione di monopolio di fatto, gli azionisti si spartiscono ricchi dividendi fino al 1952, in una città dal benessere diffuso che si permette persino una squadra di calcio nel campionato nazionale di Serie B.

La crisi scoppia inattesa per tutti nell’autunno del 1952 e i sindacati - Cgil, Cisl e Uil - devono fronteggiarla, da posizioni di rincalzo, vista la forza della Confindustria e del governo De Gasperi. Tra l’altro non esiste unità d’azione sindacale, quando la Cgil chiede aumenti salariali e rispetto dei diritti degli operai, le confederazioni meno estremiste si arroccano su posizioni blande che non aiutano nessuno. I padroni cominciano a licenziare gli operai socialcomunisti che partecipano agli scioperi politici indetti dalla Cgil, in fabbrica componente maggioritaria. Non solo, gli industriali americani rifiutano commesse alle fabbriche italiane dove la Commissione Interna è composta in maggioranza da operai iscritti alla Cgil.

La Magona va in crisi quando sorgono sul territorio nazionale imprese concorrenti dotate di attrezzature moderne, mentre l’azienda piombinese non ha investito negli impianti restando indietro nelle operazioni di ammodernamento. L’azienda cerca di far pagare agli operai il prezzo di scelte sbagliate, chiedendo di poter licenziare,appellandosi al governo per un intervento diretto a sostegno della produzione. Un vecchio trucco, come dice Pietro Bianconi nella sua Storia del movimento operaio a Piombino, che consente all’azienda in crisi di ottenere prestiti dalle banche, garantiti dallo Stato, per ammodernare gli impianti. I padroni organizzano bene un gioco sporco, fomentando la lotta operaia, come accaduto in passato, chiudendo lo stabilimento per alcuni mesi e licenziando i 2800 dipendenti, speculando sulla fame e sulla protesta dei lavoratori, ma anche sulla paura di borghesia e ceto medio. La Magona cerca di far scendere in campo anche l’Ilva con nuove minacce di licenziamenti, per mettere in ginocchio la classe operaia. La grande azienda simbolo di Piombino, quella che garantiva una squadra di calcio importante, vorrebbe riaprire con pochi e selezionati dipendenti, contando sul credito garantito dallo Stato, su impianti moderni e concorrenziali. La data di partenza delle operazioni è il 9 febbraio 1953, quando l’ingegner Arnaldo Lovetti, direttore della Magona, convoca il sindacato e comunica la decisione di licenziare 500 operai, causa la stasi nella vendita dei prodotti. La Magona ritiene responsabile di tale decisione il famigerato Piano Schuman, che prevede una riduzione dei dipendenti per le imprese che effettuano la prima lavorazione del ferro. Alla notizia dei licenziamenti la Camera Confederale del Lavoro proclama uno sciopero generale di 48 ore e l’inizio di una lotta comune per operai di Magona e Ilva. Per tutta risposta i padroni delle ferriere cominciano a licenziare i dirigenti sindacali, accusati di gravi inadempienze sul lavoro, quando la sola cosa di cui si rendono colpevoli è la partecipazione a uno sciopero. La Magona giustifica i licenziamenti con un calo di ordinativi e con una rimessa mensile di cento milioni al mese,dovuta alla concorrenza di Giappone e Inghilterra. Il progetto della Magona è quello di ridurre i costi di produzione del 60% per tornare a essere competitiva sul mercato, oltre a un rimodernamento degli impianti che potranno funzionare con un minor numero di dipendenti. I licenziamenti aumentano di altre 150 unità, lo sciopero si fa duro, la lotta diventa scontro di piazza tra polizia e operai, mentre ai cancelli della fabbrica si presentano anche dipendenti licenziati forzando i cordoni del controllo. La polizia interviene, i carabinieri si schierano davanti alla fabbrica, armati fino ai denti con fucili e mitragliatori, alcuni operai vengono colpiti con bastoni e manganelli. Scontri avvengono in città tra polizia (venuta anche da paesi limitrofi) e operai, ai villini Ilva, in via Pisacane, in piazza Gramsci, in un’atmosfera surreale che vede le mitragliatrici puntate sul popolo. Molti gli arresti e i fermi di sindacalisti, operai, disoccupati, persino alcuni licenziati Ilva considerati facinorosi vengono tradotti in carcere a Livorno. Un altro sciopero di 24 ore viene proclamato dalla Cgil, mentre Cisl e Uil si schierano dalla parte di governo e polizia. Il 23 marzo la Magona licenzia altri 150 operai, che continuano a recarsi in fabbrica spalleggiati dal sindacato socialcomunista. Nuove lotte con la polizia portano ad altri arresti, fino a quando la dirigenza Magona non decide per la serrata, vista l’impossibilità di impedire l’ingresso in fabbrica al personale licenziato. Un gioco sporco quello della Magona, con la polizia che protegge gli industriali e bastona gli operai, oltre ai sindacati bianchi schierati con i padroni per la presunta pacificazione della città. In questa situazione il sindaco comunista Mancini cerca di fare da mediatore ma non trova la collaborazione dei politici democristiani, mentre la borghesia locale teme nuovi disordini e incertezze. Governo e padroni della Magona praticano l’antico gioco dello scaricabarile riversando la responsabilità gli uni sugli altri. Per la Magona il Governo non avrebbe dovuto permettere le importazioni di latta straniera a minor costo, per i politici i padroni delle ferriere non avrebbero dovuto incassare soltanto i profitti, ma investire in ammodernamenti produttivi. In questa situazione di caos totale le frange più estreme del potere non trovavano di meglio che dare agli operai la colpa di una serrata da tempo preparata dal padrone per forzare la mano. Alla fine gli operai decidono di occupare la fabbrica, dopo un’assemblea molto partecipata che vede quasi 2000 lavoratori decisi fino in fondo a compiere un gesto eclatante. Donne e bambini portano viveri ai familiari in lotta, mentre la polizia si schiera a protezione davanti alla fabbrica, impedisce la consegna del cibo, bastona, arrestava operai, sequestra scorte alimentari destinate ai lavoratori. Gli operai vengono convinti ad abbandonare la fabbrica da un discorso di Danilo Conti, segretario provinciale Cgil, che concorda l’uscita definitiva per il 13 aprile, a testa alta, con un’ordinata manifestazione per le vie del centro. In realtà la direzione del sindacato si comporta in modo equivoco, non comunica l’uscita degli operai dalla fabbrica, quindi la polizia prepara una grande operazione di liberazione, persino eccessiva, visto che dentro ai cancelli ci sono soltanto duecento operai che si arrendono senza opporre resistenza. Alla fine tutto si tradusse in una sconfitta operaia, nonostante la lotta, perché le decisioni aziendali portarono a un ridimensionamento del personale, con molta mano d’opera costretta a emigrare all’estero, pur di lavorare e mantenere le famiglie.

Questo racconto, scritto per il primo maggio, vuol essere un ricordo di quei giorni per non dimenticare un periodo difficile della nostra recente storia cittadina.

Per approfondire: consiglio Pietro Bianconi - Il movimento operaio a Piombino - La Nuova Italia, 1970.

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata


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