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Piccola storia della casa chiusa della sora Gina

Su #tuttoPIOMBINO la “Piccola storia della casa chiusa della sora Gina, in via Leonardo Da Vinci” di Gordiano Lupi



PIOMBINO — Il 20 settembre del 1958 la Legge Merlin fece chiudere le case di tolleranza. Piombino aveva il suo casino storico in via Leonardo Da Vinci, proprio nei locali che negli anni Sessanta hanno ospitato una scuola. Figli imparavano a leggere e a far di conto dove i genitori avevano appreso a fare altro, non solo, vecchi piombinesi ricordavano persone che si vantavano di aver speso così tanti soldi in quelle stanze da aver permesso il restauro del tetto e di intere facciate. “Se vai a scuola, bimbo, è anche merito mio!” avrebbe detto qualche genitore al figlio inconsapevole.

La casa di appuntamenti gestita dalla sora Gina fu costretta a chiudere in virtù di una legge pensata nel 1948 e promulgata nel 1958. Per i nostalgici tempi memorabili che finivano, persiane che si aprivano, tendine che si alzavano. La chiusura del casino cambiò le abitudini, chi era solito frequentare amori mercenari avrebbe continuato a farlo ma senza la tranquillità di una piena legalità, di un igiene garantito e dei soliti riti che scandivano la vita quotidiana.

Stefano Tamburini ha avuto il merito – prima con Il Tirreno nel 1988, poi con Costa Etrusca nel settembre 1999 – di scandagliare quel periodo storico, scavando nei ricordi di un paio di politici, un commerciante, un allenatore di calcio, un impiegato del Comune in pensione, un operaio mezzo artista e molti altri piombinesi che in cambio pretesero la giusta garanzia di anonimato. La pace familiare lo imponeva!

La casa di tolleranza di via Leonardo Da Vinci non era l’unica della città, forse era la più grande, la più importante, ma se ne ricorda un’altra in via Borgo alla Noce, il cui passato è avvolto nelle nebbie del mistero. Negli anni Novanta tutti rammentavano la sora Gina e la sua aiutante Vittorina, le pensionanti e le quindicine (le ragazze ospiti della casa che cambiavano ogni 15 giorni), le stanze in penombra, il profumo di cipria e borotalco per coprire i cattivi odori. Il casino di via Leonardo Da Vinci aveva un medico – detto il tubista, vi lascio immaginare il motivo – che ogni mattina perlustrava le stanze e controllava che le ragazze non avessero contratto malattie. Le persiane del casino erano sempre chiuse, chi era sposato preferiva orari notturni per accedere senza essere visto, mentre i ragazzi lo frequentavano nelle ore più calde quando la strada era deserta. Come sarebbe accaduto per il cinema a luci rosse e per le altre pellicole proibite, non mancavano diciassettenni e sedicenni che falsificavano la carta d’identità, così come poteva accadere che i figli incontrassero il padre - o qualche amico di famiglia - nella sala d’attesa. La sora Gina, però, era sveglia, non la s’imbrogliava tanto facilmente, di solito quando accadeva era perché voleva farsi ingannare, in fondo una marchetta in più le faceva comodo. Le leggi erano molto blande, nessuno avrebbe invocato il reato di violenza carnale presunta nel caso di un ragazzino pescato ad amoreggiare con una donna adulta. Una leggenda metropolitana parla di un futuro consigliere comunale di opposizione che incontrò il padre in quelle stanze e lo minacciò di andare a dire tutto alla madre se non gli avesse aumentato la paghetta settimanale. Pare che da quel giorno il futuro politico frequentò più spesso il casino della sora Gina, grazie ai soldi paterni ottenuti in cambio del silenzio.

Entrare nel casino costava dieci lire - soltanto per guardare -, duecento lire era la tariffa di seconda scelta, cinquecento quella di lusso. Le ore di punta erano le serali, con la penombra gli incontri malfamati erano più fattibili e segreti, ma d’inverno anche nel pomeriggio il casino era molto frequentato. Le ragazze cambiavano ogni quindici giorni; subito si spargeva la voce se la nuova quindicina era particolarmente buona, in quel caso gli accessi erano più numerosi, perché il passaparola davanti ai bar (alimentato dai frequentatori più assidui) faceva venire a molti l’acquolina in bocca. Stefano Tamburini ricorda un ex impiegato comunale sempre molto bene informato, che negli anni Sessanta si trovò ad accompagnare la figlia a scuola nei locali che avevano ospitato la casa di tolleranza. Pare che dopo un bacio sulla guancia per salutarla e augurandole una buona giornata le disse: “Bimba, vai tranquilla, perché qui sei come a casa tua. Le persiane le ho comprate, io!”. Tutti i genitori accanto al dipendente comunale si misero a ridere come matti, la sola a non capire (per fortuna) fu la bambina.

Tornando al casino, le donne si presentavano ai clienti scendendo le scale, facendo un po’ di teatro e mostrando la mercanzia. Le camere erano al piano di sopra, le ragazze erano quasi nude, coperte da veli che lasciavano intravedere molto, ma il tutto si svolgeva – nei limiti del possibile – in un’atmosfera elegante. La sora Gina invitava i presenti a scegliere con sollecitudine: “Non facciamo troppa flanella! Andiamo al sodo!”. A lei interessava la marchetta, l’incasso serale. “E che siete venuti a chiacchiera? Andiamo in camera, via!”, era l’invito definitivo. Se i clienti non si decidevano la Sora Gina chiudeva il locale per riaprirlo dopo una buona mezz’ora, così faceva pagare un’altra volta il biglietto d’ingresso. Le tariffe erano rigorose. Non si sgarrava. Il tempo prestabilito era quello pagato. Se si andava oltre si pagava il doppio. Si narra di un giovane portuale che riusciva sempre a far rientrare due prestazioni nel tempo di una e a pagare la tariffa semplice. Almeno così affermava con gli amici al bar. L’aiutante della maitresse sì chiamava Vittorina, una donna corpulenta addetta alla pulizia delle camere e al ritiro delle brocche che servivano per lavare i clienti prima dei rapporti. Si ricorda un Carnevale Piombinese con un carro chiamato Vittorina, un grande mascherone che fu addirittura premiato; al centro c’era la figura di questa donna giunonica che stringeva in mano due brocche mosse con corde e carrucole. “Vittorina del casino”, invece, era una canzone che un gruppo musicale locale le dedicò durante una serata al vecchio Cinema Metropolitan (che adesso ha fatto la fine del casino, è scomparso). C’erano dei clienti davvero assidui, dei frequentatori così abituali che a volte restavano a cena con le ragazze, su invito speciale della sora Gina. Certo, non era cosa per tutti. Un’ultima curiosità. Le case di tolleranza si chiamavano “case chiuse” perché una legge imponeva l’isolamento visivo, quindi le persiane e le porte erano sbarrate, per quel che riguarda le persiane addirittura con catene, in modo che all’esterno non trapelasse niente. Alcuni giovani piombinesi nel periodo estivo s’informavano dove le pensionanti andassero a prendere il sole e si recavano sulla spiaggia per spiare le ragazze della nuova quindicina. Non andavano per prendersi gioco di loro e per schernirle. Tutt’altro. I giovani piombinesi provavano grande rispetto per quelle ambasciatrici del sesso, per quelle donne che avrebbero insegnato loro “il come si fa”. Per andare al casino occorreva aver compiuto 18 anni e per i ragazzi di quei tempi era una data importante, non per prendere la patente ma per diventare uomini per la prima volta. Era una sorta di battesimo e c’era chi provava ad andare anche prima del previsto…

Al casino si festeggiavano compleanni e ricorrenze, diplomi e lauree, successi sportivi, vincite al gioco. “Stasera tutti al casino!”, era la parola d’ordine tra maschi. Si narra di un’intera squadra di calcio che dopo una pesante sconfitta in trasferta, di rientro a Piombino, bussò alla porta della sora Gina in cerca di consolazione. Erano quindici giocatori, ma le donne erano soltanto sette, quindi dovettero fare i turni!

La legge Merlin ha fatto chiudere la casa della sora Gina ma ha alimentato il traffico clandestino e il lavoro su strada. Sono passati 68 anni, sembra preistoria. E adesso sono morti quasi tutti quelli che potevano raccontare di aver vissuto un’epoca in prima persona. A parte la testimonianza di qualche film di Tinto Brass e alcuni vecchi romanzi di Alberto Moravia, tutto sembra una fiaba, anzi una porno… fiaba!

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata


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