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domenica 21 luglio 2019

Politica lunedì 28 agosto 2017 ore 07:20

"Nuovo modello di sviluppo, indietro non si torna"

Sergio Filacanapa, Andrea Fanetti e Daniele Massari del coordinamento Spirito Libero

La riaccensione dell'altoforno, ad oggi, suona come un ricatto. Spirito Libero tratteggia gli scenari e sottolinea le forzature di questa scelta



PIOMBINO — La riaccensione dell'altoforno spento nel 2014 è tecnicamente, economicamente ed ambientalmente possibile? A domandarselo è il coordinamento di Spirito Libero che riapre il dibattito che si è accesso alla luce di indiscrezioni, anche se attualmente non ci sono progetti presentati, sulle sorti dello stabilimento Aferpi.

"I problemi della tenuta del crogiuolo, quelli della probabile assenza di collegamenti elettrici dato che il rame potrebbe essere stato venduto, nonché quelli relativi al rispetto dell'autorizzazione Aia per un impianto non più funzionante sono tutti risolvibili, a costi sostenibili, in tempi celeri e senza impatti ambientali negativi? Sappiamo poi che il costo delle materie prime oggi è favorevole rispetto a quello del rottame, ma domani? E gli elevati costi interni della logistica, che tanto hanno pesato in passato, non peserebbero più domani?", queste le domande di Spirito Libero ricordando che la produzione dell'Afa sarebbe superiore. E ancora: "Si pensa allora a rispolverare il progetto di Mordashov che prevedeva il minimil a Città Futura?".

La possibilità del ciclo integrale apre non pochi dubbi e timori, soprattutto tenendo conto della diversificazione economica che sta avviando Piombino con il polo demolizioni, refitting e costruzioni navali, i progetti per la logistica e il porto turistico ed annesso distretto della nautica della Chiusa. 

L'aspetto legato all'inquinamento atmosferico, poi, non è da meno, "non ci sono più fumi e spolverino", hanno sottolineato ribadendo che con la vecchia produzione dell'altoforno non sarebbe la stessa cosa. 

"Piombino deve saper accogliere chi vuole investire e quindi chi può risolvere il problema dello stabilimento, - hanno concluso - ma questo non passa necessariamente dalla ripresa della produzione dell'acciaio con i vecchi impianti e processi. Può invece far convivere la fabbrica con ciò che già adesso questa città sta diventando e che nel giro di pochi anni diventerà, impostando però un nuovo modello di sviluppo dove si rompa definitivamente con la monocultura industriale e si rifiutino i ricatti occupazionali che come le bugie di Pinocchio hanno le gambe corte". 



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