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martedì 17 settembre 2019

Attualità domenica 10 febbraio 2019 ore 08:43

​Breve storia della siderurgia piombinese #1

Foto di Riccardo Marchionni

Su #tuttoPIOMBINO Gordiano Lupi propone una breve storia della siderurgia piombinese, in questa prima parte dalle origini alla seconda guerra mondiale



PIOMBINO — Piombino si ricorda per aver usato il primo convertitore Bessemer(1866) alla Magona d’Italia, il primo forno Martin-Siemens (1875) presso lo Stabilimento Metallurgico, il primo e il secondo altoforno a coke italiano, nel 1902 a Portoferraio e nel 1905 presso la Società Altiforni e Fonderie di Piombino, ma soprattutto per aver realizzato il primo stabilimento a ciclo integrale - nel 1908 - con la Società Altiforni e Acciaierie d’Italia. Piombino fu prescelta come sito industriale sul quale lo Stato avrebbe investito molto in materia siderurgica. Nel biennio 1865 - 1866 sorsero due stabilimenti per la produzione del ferro: La Magona d’Italia e la Ferriera Perseveranza. (Fonte: Marco Bracci - Radici di ferro e futuro d’acciaio - Liguori, 2012).

La Ferriera Perseveranza aprì nel 1865 e segnò la data d’inizio della moderna stagione siderurgica piombinese. Iacopo Bozza decise di aprire lo stabilimento nella zona di Faliegi, con 70 operai, per lo più detenuti del locale bagno penale. In pratica lo stabilimento era nella zona di Portovecchio, più piccolo, certo, ma come posizione si trovava nello stesso sito odierno. In questo periodo fu costruita una strada di collegamento tra la città e l’industria siderurgica: via Provinciale, l’attuale corso Italia. La ferriera cresceva e produceva sempre di più, gli operai divennero cento, ai quali si aggiunsero altri cento detenuti. Nel 1875 la Ferriera Perseveranza fu ceduta al Credito Mobiliare Italiano e fu costituita la Società Anonima Stabilimento Metallurgico, diretta dall’ingegner Dainelli. Come abbiamo detto, fu introdotto il primo forno Martin-Siemensper produrre acciaio da ghisa e venne utilizzato il ponte caricatore di Portovecchio per scaricare le materie prime che arrivavano dal mare.

I diritti dei lavoratori erano pura utopia. In ferriera si lavorava dieci ore al giorno per una paga di 0,75 lire orarie, quando andava bene. Nel 1882 fu inaugurato il tratto ferroviario Piombino - Campiglia Marittima, importante per migliorare gli scambi commerciali e per far giungere le materie prime a Portovecchio. L’idea vincente (almeno fino a oggi) dell’ingegner Dainelli fu quella di realizzare uno stabilimento a ciclo integrale per produrre laminati lunghi e rotaie ferroviarie. Il progetto non fu accettato subito ma sarebbe stato molto innovativo per il futuro e avrebbe reso fondamentale lo stabilimento tirrenico.

Piombino diventava sempre più un centro industriale. Gli operai impiegati in fabbrica erano 500 (180 detenuti), gli abitanti sfioravano le 7.000 unità. Le esigenze abitative erano pressanti, per questo furono costruite case per operai fuori dalle mura cittadine, che andarono a costituire il nucleo storico dei quartieri Cotone e Poggetto. L’industria siderurgica diventava sempre più strategica per l’Italia, una nazione giovane che doveva conquistare la sua autonomia economica.

La Magona d’Italia fu fondata da Alfredo Novello nel 1866, lo stabilimento attraversò periodi di grave crisi, chiuse per un certo periodo, e riaprì nel 1892, grazie all’intervento dei soci inglesi Spranger e Ramsey. Nel 1897, nacque a Firenze la Società Altiforni e Fonderie di Piombino, diretta dall’ingegner Dainelli, che fece costruire lo Stabilimento Metallurgico, sorto dalle ceneri della piccola Fonderia Perseveranza.

All’inizio del 1900 Piombino era una città di 7.200 abitanti, non più composta da agricoltori e pescatori, ma da operai siderurgici. Il porto si era sviluppato in funzione commerciale - industriale e la rete ferroviaria nazionale era riuscita a collegare anche il promontorio di Piombino. Restavano problematiche le comunicazioni stradali, la città era sempre abbastanza isolata dai grandi centri ed era circondata da zone paludose. Le condizioni di vita degli abitanti erano pessime, la maggior parte dei piombinesi svolgeva lavori usuranti, mal pagati, riuscendo a sopravvivere tra grandi difficoltà. La situazione sanitaria era deficitaria e la malaria non aveva smesso di mietere vittime anche se colpiva in maniera minore che in passato. Nonostante tutto l’immigrazione era in costante aumento, ché Piombino restava un punto di riferimento per masse di diseredati che agognavano un lavoro.

Tra il 1899 e il 1905, Piombino raggiunse standard produttivi di livello europeo, colmando il divario tecnologico esistente con le acciaierie belghe, inglesi e francesi. Finalmente prese corpo il progetto Dainelli sul ciclo integrale, che consentiva di passare dal minerale al prodotto siderurgico pronto per essere usato.

Piombino cominciava a svilupparsi come città industriale, dando vita alla monocultura dell’acciaio che ha dominato per tutto il XX secolo, fino ai primi anni Novanta. Piombino diventava una città fabbrica, con tutti i pregi e i difetti di tale situazione. La crescita dello stabilimento, purtroppo, non corrispondeva alla crescita culturale della popolazione. Era inevitabile, visto che la città veniva concepita soltanto come luogo di lavoro.

Nel 1908 iniziò l’attività la Società Altiforni e Fonderie di Piombino, nel 1909 si trasformò in Altiforni e Acciaierie d’Italia, infine nel 1910 fu costruito il terzo altoforno. Ai primi del Novecento, Piombino era un sito industriale italiano di primaria importanza, il solo a essere dotato di uno stabilimento a ciclo integrale. Le pessime condizioni di vita dei lavoratori, i bassi salari, gli orari assurdi e la salute precaria portarono i primi scontri tra operai e azienda. Arrivarono gli scioperi e le lotte sindacali in uno stabilimento dove lavoravano ormai ben 2.500 persone, anche dodici ore consecutive per turno, pagate dalle tre alle sei lire all’ora. Un salario che non garantiva la sussistenza, ma il padrone ricattava, minacciando serrate per fiaccare la rivolta operaia. Nel 1915 scoppiò la Prima Guerra Mondiale e il conflitto portò maggior lavoro per gli stabilimenti piombinesi che aumentarono la produzione di ghisa per motivi bellici. La Società Altiforni e Acciaierie d’Italia entrò a far parte del Consorzio Ilva, nome storico con il quale i vecchi piombinesi hanno chiamato a lungo la fabbrica, nonostante marchi e padroni cambiassero.

Nel dopoguerra le acciaierie attraversarono un periodo di crisi e di sospensione produttiva (1919 - 1921), dal quale si ripresero con un provvidenziale rinnovamento degli impianti per toccare livelli di attività mai visti. L’Ilva si dedicò soprattutto a produrre rotaie per binari ferroviari, prodotti lunghi, da trentasei metri.

Nel 1935 - 36 fu rimodernata tutta la struttura aziendale, dotandola di accoglienti e spaziosi spogliatoi per le maestranze, che avevano raggiunto le 2.600 unità. La città di Piombino cresceva a vista d’occhio. In epoca fascista gli abitanti erano circa 30.000, compreso le campagne circostanti. Nel 1936 l’Ilva passò sotto l’Iri (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e nel 1937 fu inquadrata nella Finsider, ente per lo sviluppo della siderurgia industriale. La Seconda Guerra Mondiale portò lutti e danni ingenti per una città stremata dai continui bombardamenti alleati e dall’occupazione tedesca. Il 10 settembre 1943, le autorità germaniche presero possesso dello stabilimento - considerato strategico per il fabbisogno militare - e gli alleati lo rasero al suolo a suon di bombardamenti durati ben otto mesi. Piombino rappresentava per i tedeschi una risorsa di acciaio e di ghisa, quindi per gli americani era un obiettivo da annientare. 

Gordiano Lupi
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