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Attualità domenica 18 giugno 2023 ore 07:22

Notte di bombe sotto il cielo di Piombino

Foto di Riccardo Marchionni

Storia di bombe e ricordi narrata da una ex bambina di sette anni nel blog di Gordiano Lupi



PIOMBINO — Nel maggio del 1944 ero sfollata a Seggiano. I miei genitori avevano deciso che sarei stata più sicura nel piccolo paese della montagna amiatina che aveva dato i natali a mio padre. Era un periodo di gente in fuga, pure la mia famiglia era divisa, sparpagliata nei luoghi più impensati: nonna Rosa in campagna a Franciana, con zio Aldo e Oddina, zia Anita a Suvereto. Nessuno poteva immaginare che le armate alleate, ferme da mesi tra Anzio e Cassino, volessero sfondare le linee tedesche e liberare Roma, bombardando la costa Tirrenica e il porto di Piombino. Si chiamava campagna strangle, iniziata il 22 marzo, per soffocare le armate tedesche, distruggendo porti, strade, fabbriche e tutte le vie di comunicazione. Zio Asto lavorava negli stabilimenti e per arrotondare mandava avanti un negozio di alimentari in via Roma, lui non voleva fuggire, anche se il periodo era duro, tra fame e paura, lugubri sirene che invitavano la popolazione a nascondersi nei rifugi. Ricordo bene lo zio anche se avevo solo sette anni, era un uomo buono, sempre sorridente, quando andavo in negozio mi dava un bacio sulla guancia e subito dopo mi portava in una pasticceria del centro a comprare un Bacio Perugina di cioccolata. Lui non credeva che i rifugi servissero a qualcosa: “Sono trappole per topi!”, diceva. Ma quella notte di luna calante, tra il 12 e il 13 maggio del 1944, al risuonare dell’allarme pure lo zio era tra coloro che correvano verso il rifugio del Castello, perché il bombardamento era intenso e pericoloso. Ho scoperto dopo, dai libri di storia, che erano inglesi i soldati che bombardavano, erano i liberatori, i futuri amici. Bel modo di essere amici - mi dicevo da piccola -, anche se poi ho capito che non eravamo del tutto amici, o meglio, lo eravamo diventati da poco e loro dovevano scacciare gli amici di prima, che erano cattivi. Battaglia intensa, dicono i libri, tra bimotori Vickers Wellington della Royal Air Force (in arrivo dalla Puglia) e contraerea tedesca. Piombino era scossa dal fragore delle bombe e dal rumore dei motori in cielo, la gente scappava al Castello dove avevano da poco costruito un rifugio poco sicuro, anche perché il numero delle persone che l’aveva scelto come riparo era tre volte superiore alla capienza. Ecco perché di tanto in tanto qualche coraggioso usciva a prendere aria, a guardare le bombe cadere, a vedere il cielo risplendere di fulgori innaturali. Fu una bomba a decretare l’eccidio, proprio mentre arrivavano i ritardatari e i carabinieri di guardia Soldani e Piagentini impugnavano il moschetto, forse mentre zio Asto stava entrando trafelato, insieme alla piccola Bruna Damiani e i fratelli Alma, Mario e Pierina. Fu un massacro, una distruzione totale delle strade medievali di Piombino, provocata da un bimotore inglese che aveva sganciato alcune bombe. Il castello andava in frantumi, il rifugio veniva devastato, l’esplosivo produsse un’onda d’urto terribile, di conseguenza molti morti tra polvere e pietre sbriciolate. I vigili del fuoco e i carabinieri cercavano di salvare chi potevano, anche i soldati tedeschi partecipavano ai soccorsi, qualcuno venne portato alla luce dai calcinacci, lungo la breccia di via del Coro, i primi erano bambini, quindi altri superstiti di tutte le età. Tutte cose che ho letto nei libri di storia. Quarantaquattro morti, tra questi zio Asto, ma io lo venni a sapere solo a guerra finita, quando sono tornata a Piombino, inconsapevole di tutto l’orrore e dei pericoli che avevo scampato nella quiete montana, tra ciliegi e mandorli in fiore, dove la guerra sembrava un incubo lontano, una cosa che non ci riguardava. Ricordo che nonna Rosa trovò una scarpa tra le macerie del rifugio e si convinse per tutta la vita di aver recuperato un ricordo del figlio. “Facciamoglielo credere”, mormorava mia madre, non così certa che fosse una scarpa del fratello. Mio padre era bravo a raccontare le storie, ma quando parlava di quel giorno si faceva scuro in volto e mormorava: “Ci decidemmo a scappare anche noi. A Piombino non si poteva più stare. Suvereto era tranquilla, la campagna pure. Meglio andare là, per un po’ di tempo. L’immagine dei brandelli di carne umana appiccicata ai muri in mezzo alla polvere resta impressa nella mia memoria. Non dimenticherò mai quelle scene”. Asto Andreuccetti non è il solo zio che una maledetta guerra mi ha portato via, un altro si chiamava Adelino ed era partito per fare il soldato, come canta De Andrè, ma non lo uccise un fucile nemico, tornò a casa con un male attaccato alle ossa: la tisi. Adelino aveva un figlio piccolo, mi hanno raccontato che il giorno in cui il padre morì si svegliò di soprassalto e cominciò a chiamarlo per nome. Adesso questi morti hanno una lapide dove le famiglie possono piangere, proprio davanti al rifugio del Castello, sopra la parete del mercato coperto. Una lapide inaugurata dal sindaco il 14 maggio del 2023, in ricordo della notte degli orrori, quando le bombe illuminarono a giorno il tetro cielo di Piombino.  

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata


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