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Attualità domenica 23 giugno 2024 ore 08:00

Che lume di luna…

Foto di Domenico Finno

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia "Che lume di luna..." di Gordiano Lupi. Foto di Domenico Finno



PIOMBINO — Che lume di luna è una filastrocca piombinese degli anni Quaranta che recitava a memoria mia nonna nelle sere di luna piena, quando il cielo era chiaro e si vedevano tutte le stelle. La filastrocca pare che servisse a far sloggiare da casa propria qualche importuno che si tratteneva troppo tra quelle mura e non accennava ad andarsene. Magari la padrona di casa era stanca, voleva farsi abbracciare da Morfeo, ma non poteva perché il ciarliero ospite non voleva proprio saperne di togliere l’incomodo.

Che lume di luna
che stellato che è,
chi è a casa d’altri
partir gli convien;
non dico mica voi
compare mio,
ma se io fossi a casa vostra
come voi siete a casa mia
a quest’ora me ne sarei
già andato via.

Concludiamo con altre espressioni tipiche di cui non ci siamo ancora occupati e che non meritano un intero capitolo. Dura da Natale a Santo Stefano, credo che si dica anche altrove per indicare una cosa che dura davvero poco. A Piombino si dice il giorno del giudizio più che il giorno del castigo e viene usato nelle espressioni come Piove che sembra il giorno del giudizio!. Sarei voluto entrare in un buco di grattugia!, invece, è un’espressione in disuso, riservata al racconto di qualcosa che ci ha fatto vergognare molto. Esempio: “Ha detto così tante sciocchezze che sarei voluto entrare in un buco di grattugia! Mi vergognavo per lui …”. Corpo mio fatti capanna!, credo non abbia bisogno di spiegazioni, forse è usato anche ad altre latitudini come Pancia mia fatti capanna! Si dice quando ci troviamo di fronte a una tavola imbandita di cose molto buone. A Piombino chi non ha detto mai so ’na secchia! invece del più classico (e italiano volgare) so ’na sega, alzi la mano, così come la rana si chiama bodda e il termine viene usato (in modo poco politicamente corretto) per apostrofare una donna grassa. Infine, un sostantivo curioso è lerfia, che in italiano non esiste ma in livornese - maremmano si usa, significa una persona nervosa, stizzita, incavolata, che ha un grugno duro. Esempi: Che lerfia che sei! Sei proprio una lerfia! Traduzione: Come sei ingrugnito! (vernacolare anche ingrugnito)! Sei nervoso, si vede dal viso (dal grugno) che qualcosa non va bene. A Livorno per lerfia intendono le labbrone (labbra grosse) e usano il termine per definire uno che rompe le palle, un seccatore, uno scontento, uno che non vuol mai fare niente. 

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata


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