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Attualità domenica 22 agosto 2021 ore 08:50

​Memoria di detti e nostalgie

Piombino (Foto di Riccardo Marchionni)

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia "Memorie di detti e nostalgie" di Gordiano Lupi. Foto di Riccardo Marchionni



PIOMBINO — Alcuni sanno a memoria i nomi di tutte le specie animali, di tutte le stelle, di tutte le ossa del corpo umano, io delle nostalgie. Scusa Hikmet se mi servo delle tue parole per argomenti poco nobili, ma rammento ancora quando da ragazzino andavo a troncamacchioni (alcuni dicevano a troncamacchia), correndo come un pazzo sulla mia bicicletta Legnano. Adesso è rimasto il modo di dire quando si fa una cosa senza starci troppo a pensare, pure se per i ragazzi di oggi è antichità allo stato puro, un modo di parlare obsoleto. 

E quando si conosceva un tipo un po’ sbadato - un po’ forse è un eufemismo - gli si diceva: “Te hai una testa che non te la mangerebbe nemmeno il maiale!”. Negli anni Sessanta si dava anche del grebano alle persone rozze, piuttosto volgari, non troppo raffinate, nelle varie locuzioni di popo’ di grebano, specie di grebano, sei proprio un grebano! A volte veniva usato anche l’aggettivo garfagnino, derivante da abitante della Garfagnana, in senso dispregiativo, non esisteva ancora il politicamente corretto. 

Sei più ignorante d’un calcagno di frate! Altra espressione del passato che ha un suo perché, visto che da noi ignorante non viene inteso alla latina, non sta per persona che non conosce una determinata cosa, ma per un tipo duro, insensibile, rozzo. Il calcagno d’un frate è piuttosto duro, visto che al massimo viene protetto da sandali con la suola molto sottile, oppure se ne sta scalzo a contatto con il pavimento. Duro come una capra zucca! Era un’altra esclamazione riservata agli ostinati che volevano fare di testa loro e non ascoltavano consigli. Non eravamo persone fini, non studiavamo a Oxford, ma in via Gaeta angolo corso Italia, nei dialoghi tra adolescenti quando non si capiva era frequente sentir chiedere con sufficienza: ma cosa sbiascichi? (si usava sia quando non si sentiva bene che quando non si afferrava il concetto). I più rozzi rincaravano un irriferibile: cazzo spruzzi? E le persone che parlavano poco si definivano musoni solo nei compiti in classe d’italiano, ché per tutti uno che se ne stava zitto e non fiatava era soltanto un mucco

Se poi incontravi un tipo alto, lungo lungo e sciocco sciocco (diceva mio nonno), che non brillava per acume e intelligenza, si apostrofava subito con un guarda che bezzerone! epiteto che contenevatutto e niente, una definizione completa. Anni Settanta, nostalgia delle parole, persino dei rimproveri dei nonni, cose come: Studia bimbo, che la testa un ti manca! Detto ancora più pesante, se la persona cui era rivolto era pure dotata in senso fisico di un bel testone. 

Erano tempi che la tartaruga si chiamava bezzuca e le formiche erano le crudere… tempi lontani davvero, chi parla più in questo modo? Ma noi trascriviamo ricordi, perché - per restare ai modi di dire antichi - tutto fa, come disse quello che pisciava in mare. Il nostro è un lavoro sporco e lungo, ma qualcuno lo deve pur fare, un po’ come coltivare la vigna di Cristo, come si diceva un tempo parlando di una cosa che non finiva mai, di un lavoro interminabile. I muratori quando finiscono il lavoro? Non lo so davvero, questa è come la vigna di Cristo, finiranno per la festa dell’uva. Il professor Campatelli del liceo classico Giosué Carducci di Piombino era un pozzo di modi di dire, che sciorinava in classe uno dopo l’altro, ma uno dei suoi cavalli di battaglia era: Calma e gesso! Ricordo che lo diceva soprattutto quando non gli tornavano le espressioni che scriveva alla lavagna, non capitava spesso, ma poteva accadere. Quando passava per i banchi e vedeva le sciocchezze che scrivevo su quei fogli a quadretti scuoteva un po’ la testa e ammoniva: fai le cose a garbo, oppure cerca di fare il compito a modino, espressioni che dopo di lui ho sentito dire poco, forse a Pisa, quando qualcuno diceva che i pisani andavano a prendere il garbo a Lucca, ma volevano dire altro, per garbo intendevano la gentilezza, il savoir faire

Terminiamo il capitolo con alcuni vocaboli piombinesi. Il ciacciamestoli era il bambino (ma non solo) che non stava mai fermo e toccava di tutto, s’impicciava di cose che non lo riguardavano. L’acquetta da noi è il nome comune per la varichina, non chiedetemi il motivo. La gomma per annaffiare l’orto si chiama sistola, idem come sopra. Piombino è bella perché è varia. 

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata

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