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Attualità domenica 05 maggio 2024 ore 08:00

Fare le cose a buzzico e cacare la Befana

Foto di Riccardo Marchionni

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia “Fare le cose a buzzico e cacare la Befana” di Gordiano Lupi. Foto di Riccardo Marchionni



PIOMBINO — Un’esortazione mi tormenta da quando sono piccolo. Non fare le cose a buzzico! Che cosa sarà mai questo buzzico? Dopo lunghe ricerche telematiche a qualcosa sono arrivato. Mia madre e mio padre si sono consumati nel raccomandarmi di non fare le cose a buzzico, ergo di prestare più attenzione, di non agire con pressapochismo. Mi sa proprio che non ho dato ascolto a sufficienza in troppe occasioni. Da qualche parte trovo persino che il buzzico sarebbe il cestino dell’immondizia, ergo fare le cose a buzzico vorrebbe dire fare le cose male, come gettare qualcosa nella spazzatura. Nel dialetto amiatino un buzzico è un pugnetto di sale, zucchero, grano, per analogia anche un locale piccolo e angusto. In realtà il nostro buzzico credo che sia ben altro, una sorta di piombinese imbastardito col romanesco, perché nel laziale esiste il gioco buzzico - rampichino e i romani sono soliti citare questa cosa nel parlato comune, quando qualcuno non prende sul serio una situazione e finisce per buttarla sul gioco. A Piombino in questo senso si usa più dire: Falla finita con le ruzze! Non ruzzare più! Invece, il modo di dire nostrano deriva dall’italiano puro, dal linguaggio dei cacciatori, dove tirare a buzzico significa sparare a casaccio, solo per aver sentito un rumore, un fruscio, con l’idea (non certa) che ci sia selvaggina, quindi si spara. Ecco, il mio buzzico più sentito e usato è quasi sempre riferito al viaggio e alla ricerca di un luogo, è proprio andare a buzzico, più che fare le cose a buzzico. Esempio di un dialogo anni Settanta: “Babbo, me la daresti una cartina per arrivare a Firenze? Se no vado a buzzico”. Adesso che c’è il navigatore a buzzico (a caso, per tentativi) non va più nessuno, ma quanta nostalgia…

Un altro modo di dire ganzo quanto sorpassato è Se ti piglio ti caco la Befana!, che sta per Se ti piglio, ti faccio un culo così!, meglio: te ne do tante! Oppure ti faccio un partaccione, una parte a culo… Nota bene: piglio, assolutamente no prendo o acchiappo che sarebbe italiano troppo corretto e poco piombinese. Forse la nostra espressione deriva (per contrazione, per modificazione, chissà?) dalla più classica: Se la duri ti caca la Befana! (se insisti ti punisco!), che deriverebbe dalla domanda - abbastanza volgare - rivolta ai bimbi il giorno dell’Epifania: Cosa t’ha cacato la Befana? (cosa ti ha portato in dono?). Il nostro modo di dire potrebbe significare proprio: se t’acchiappo te la faccio vedere io la Befana, magari t’appare in visione anche Babbo Natale, dalle botte che prendi! Sempre in tema di minacce tra ragazzi e adolescenti d’un tempo citiamo: Se non la fai finita ti pianto come un ombrellone!, Ti faccio il culo come una manica di cappotto!, Ti piego in due come una Graziella (bicicletta famosissima)!. Tutte frasi che non hanno bisogno di spiegazioni, così come sono classiche nel vocabolario labronico - piombinese - maremmano: Sei così brutto che fai frizza’ l’occhi!, Ti metto du’ dita nel naso e ti rigiro come un porpo!, infine Boia dé, ma quella accanto a te è la tu fica o t’han vomitato addosso!.

Un capitolo ricco di finezza tutta francese, come avete avuto modo di leggere.

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata


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