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Attualità domenica 26 luglio 2020 ore 07:00

Il bar Pellegrini

Qui si trovava il bar Pellegrini (Foto di Riccardo Marchionni)

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia “Il bar Pellegrini” di Gordiano Lupi. Foto di Riccardo Marchionni



PIOMBINO — Questo vecchio racconto sul Bar Pellegrini me l'ha fatto venire a mente mia figlia che mi parlava del Twenty, un bar di Piombino che non conoscevo. Quando mi ha detto dove si trovava, ho esclamato: ”Ma è il Pellegrini?”. Ovvio che lei non sa che cosa sia il Pellegrini. Ma i vecchi piombinesi sì.

Il Bar Pellegrini non era una gelateria della Piombino anni Sessanta. Era la gelateria. Il Bar Pellegrini si trovava quasi in fondo a Corso Italia, lato depressione, dove oggi come oggi si spingono in pochi, ché non ci sono molti motivi per andare a passeggiare, a parte una libreria Mondadori - uguale a mille altre librerie Mondadori sparse per mezza Italia - e la pizzeria che sforna una torta di ceci cotta a legna e la pizza al taglio più buona del mondo.

Il Bar Pellegrini segnava la fine della passeggiata cittadina, faceva spingere lo sguardo verso le acciaierie, simbolico spartiacque tra i quartieri operai di via Gaeta, via Landi, via Giusti e lo struscio delimitato da piazza Gramsci e piazza Verdi, sempre affollato di ragazzini. Il Bar Pellegrini si trovava a pochi metri dal cinema Sempione, aveva una sala biliardo molto frequentata, serviva aperitivi e pasticcini, colazioni calde, ma soprattutto gelati artigianali, ché quella era la sua specialità.

Al Bar Pellegrini c’erano i baristi d’una volta in divisa bianca e fiocchino nero, capelli impomatati di brillantina, ché lo stile era importante e loro erano baristi da classe media, mica da popolino. Io il Bar Pellegrini me lo ricordo solo per il gelato, ero un bambino e quello mi interessava, mica il biliardo o l’aperitivo. La nonna dopo il cinema capitava che mi comprasse il gelato dal Pellegrini ma solo la domenica, a volte pure il sabato, ché il gelato era una cosa importante, un dolce da giorni di festa, mica come oggi che i bambini lo mangiano tre volte al giorno e mettono il broncio quando proponi frutta e verdura. A volte me lo comprava pure il babbo se andavo a passeggiare con lui di sabato pomeriggio, mai di mattina, ché di mattina il gelato non si poteva mangiare, era una regola, un po’ come quella di non fare il bagno in mare prima delle quattro del pomeriggio, su certe cose i genitori d’una volta non transigevano. I bambini di oggi si stupiranno ma c’è stato un tempo in cui c’erano le regole, si dovevano persino rispettare, non le avevano fatte per essere disattese.

Il Bar Pellegrini aveva un solo difetto: era il bar della borghesia e noi eravamo operai, non delle acciaierie ma delle Ferrovie dello Stato, che era pure peggio. Abbiamo passato periodi che si doveva tirare parecchio la cinghia, dicevano che in Italia c’era il boom ma non ce ne accorgevamo, forse eravamo distratti, chissà. Il gelato costava caro per il nostro bilancio, con cinquanta lire ti davano due gusti e ci mettevano pure la panna ma non erano poche cinquanta lire nel 1965, non per una famiglia di operai. Certo il gelato era buono, fatto in casa, naturale, si sentiva il sapore del latte, un sapore che adesso cerco di riscoprire in altri gelati ma per quanto mi sforzi non lo trovo, sarà per quel fatto del tempo che passa, non lo so mica per cosa sarà, so soltanto che non lo trovo e tanto basta. Se riavvolgo il nastro e vado a ritroso con la memoria mi rendo conto che sono tante le cose che ho perduto. E allora cerco, frugo, annaspo, mi immergo nei pensieri che vagano per la mia testa ma il più delle volte ne vengo fuori più stordito di prima. La memoria è selettiva, non trattiene tutto, dicono i medici, ma a volte mi sembra che trattenga solo quel che fa piacere a lei, ché le cose importanti scappano via, non le fermo, non ne sono capace.

Non divaghiamo. Si diceva del gelato del Bar Pellegrini, il gelato più buono di Piombino prima che aprissero il Magic Moment e in tempi più recenti anche una gelateria in corso Vittorio Emanuele II, un gelato che costava caro ma ne valeva la pena. Ecco, la cosa che mi ricordo bene del Bar Pellegrini fu l’incazzatura di mio padre, una sera che era entrato per comprare il solito gelato da cinquanta lire e vide un cartello esposto dove c’era scritto: “Per un gelato soddisfacente: lire cento”. Insomma, ti avvisavano, lo facevano passare come un consiglio, come per dire se proprio lo vuoi il gelato da cinquanta lire io te lo do, ma ti viene un gelatino piccino che non ti ci levi neppure la voglia, se vuoi un gelato vero, che valga la pena, mi devi dare cento lire. E se capitava che chiedevi il gelato da cinquanta lire ti guardavano male, il vecchio Pellegrini ammiccava al cartello, come per dire non lo hai visto che per un gelato soddisfacente ci vogliono cento lire? Ricordo che mio padre pagò le cento lire, un po’ incazzato ma le tirò fuori, ma decise che il gelato da Pellegrini non lo avrebbe più comprato, se volevo continuare a mangiarlo lo potevo fare con i soldi della paghetta settimanale che già erano pochi, se davo cento lire al Pellegrini mi potevo scordare fumetti, libri e pomeriggi al cinema Sempione. Questa è la storia. Un ricordo piccolo piccolo, come il borghese di Alberto Sordi, ma che resta indelebile nella mia memoria.

Poi sono cambiate tante cose, un po’ di boom è arrivato davvero, cento lire sono diventate niente, ai soldi abbiamo cominciato a farci meno caso. Capita che un’estate fa mi trovo in una gelateria del centro e mi chiedono tre euro e cinquanta per un cono gelato per mia figlia. Mi torna subito in mente il Pellegrini. E pure mio padre incazzato nero che il gelato non ce lo voleva più comprare. Saranno i corsi e i ricorsi storici ma a mia figlia ho fatto lo stesso discorso del babbo. Le colpe dei padri ricadono sui figli…

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata



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