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Attualità domenica 08 agosto 2021 ore 08:27

Il vecchio e il bambino

La copertina del libro

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia Gordiano Lupi propone il suo racconto contenuto nella raccolta di autori vari "Piombino in musica"



PIOMBINO — Francesco Guccini ha attraversato la mia vita con la stessa andatura d’una locomotiva a vapore dal fischio incessante; dopo averlo scoperto non l’ho più abbandonato, c’è stato sempre un buon motivo per ascoltare una sua canzone. Ricordo che fu il mio amico Giuliano a farmelo scoprire, quando lavoravo alla Farmacia Salvioni ed ero soltanto un adolescente inquieto. Lui era più grande di me, ascoltava La locomotiva, leggeva Ciao 2001, insomma, faceva un sacco di cose proibite, andava persino al Cinema Metropolitan quando passavano film erotici e mettevano in scena spogliarelli dal vivo. Per me Giuliano era un mito. Impossibile non seguire i suoi consigli. Io già conoscevo De André e De Gregori, ma Guccini no, era troppo presto per un quindicenne che in estate faceva il garzone in farmacia per mettere da parte qualche soldo. Guccini e i Nomadi erano la ribellione, la poesia in musica - me ne accorsi dopo essermi procurato Radici, subito dopo L’avvelenata, ma anche Guccini canta I Nomadi -, dopo aver sofferto per quella locomotiva come una cosa viva lanciata bomba contro l’ingiustizia. Cominciai a sentirmi anarchico anch’io, pure se non sapevo nemmeno che cosa volesse dire. Ascoltavo Guccini e sprofondavo nella sua poesia, mi sembrava di toccare quello scirocco bolognese che come un abito di percalle aderiva al corpo come una seconda pelle, andavo in estasi per un eskimo che non si usava più e canticchiavo a vent’anni si è stupidi davvero/ quante balle si ha in testa a quell’età, pure se avevo appena venticinque anni. Adesso che sarebbe il tempo di cantarlo non ci riesco. Perché mi piacevano tanto quelle balle che avevo in testa e che sono scappate via in chissà quale anfratto della memoria. Guccini ha significato molto per la mia giovinezza, è stato formativo quanto Pascoli, De Amicis, Pasolini e Leopardi, alla pari di tanti altro cantautori, mi sono lasciato pervadere dal suo cupo pessimismo, sono stato soggiogato dalla sua disperata voglia di ribellione. Una sera mi capita di sentir definire la mia scrittura da uno dei miei pochi lettori come una sorta di pessimismo lupiniano. In fondo mi fa piacere. Se tali sono stati i maestri non poteva venir fuori altro, credo.

Francesco Guccini ha anche il grande merito di ricordarmi mio nonno, che rivive nella memoria ogni volta che ascolto Il vecchio e il bambino. Mi rivedo per mano a un vecchio cantastorie - che mi ha trasmesso il vizio della scrittura, pure se lui ha sempre scritto e strappato, novello Piñera semi analfabeta! - andare insieme incontro alla sera; la polvere rossa è quella delle acciaierie, si alza lontano, fa brillare il cielo del solito tramonto innaturale, della solita luce non vera. Mio nonno camminava molto, conosceva ogni angolo di Piombino, sapeva a menadito il nome di tutte le strade; i suoi luoghi preferiti erano i canali di Marina, la Lega Navale - ai tempi in cui resisteva un decrepito bagno su palafitte -, la spiaggia Sotto Bernardini e i Quattro Pini, il luogo più alto della città, proprio al termine della campagna. Ogni volta che sento le note de Il vecchio e il bambino mi rivedo per mano al nonno, saliamo ai Quattro Pini, ci affacciamo sull’immensa pianura di mare mentre intorno a noi non c’è nessuno, solo il tetro contorno di torri di fumo, solo l’altoforno delle acciaierie e lo spolverino di carbone. Sento di nuovo la voce del nonno al cadere del giorno, rivedo un rosso tramonto in lontananza e mi pare di asciugare le lacrime agli occhi del vecchio che con l’anima assente segue i ricordi dei miti passati, degli anni in cui aveva scoperto l’America, combattuto guerre, forgiato il ferro, scioperato per il diritto al lavoro. Tutti i suoi sogni finivano nei racconti che dispensava su foglietti di carta ingiallita, raccolti in un’agendina consunta tenuta chiusa da un elastico o da uno spago - proprio come la sua valigia da emigrante! -, spesso diventavano storie, che provava a trasmettermi, cercando di farmi capire giorni lontani, mentre io ascoltavo e credevo che fossero fiabe, mica pezzi di vita vissuta. E il falso dal vero, forse ero proprio io a non riconoscerlo, ché mio nonno lo sapeva benissimo dove stava il limite ma giocava a nasconderlo, voleva che tutto sembrasse una fantastica novella da trasmettere in eredità come una raccolta di sogni. Sì, è vero che la canzone parla d’altro, ma che ci posso fare se il mio ricordo va verso le parole del nonno e il suo guardare lontano per rivedere gli americani, i tedeschi, la guerra, la liberazione, la sua Seggiano lontana, un amore perduto, la fabbrica, l’altoforno, pane e fumo, una moglie, una figlia, una vita e poi quel bambino che ascolta e mica comprende. Forse domani, chissà. Per il momento è presto. Per ora può soltanto dirgli: mi piaccion le fiabe, raccontane altre! Per il momento sorride e sogna, pensa a dove le andrà mai a pescare il nonno tutte quelle storie, come farà a inventare tante fiabe avventurose intrecciate di rimpianti. Verrà il suo turno di raccontare storie e di non esser capito. Verrà il momento di avere occhi sognanti di fronte agli occhi tristi d’un bambino. Verrà il giorno di raccontare i propri sogni sotto forma di fiaba. E di farsi asciugare le lacrime, perché i vecchi si commuovono facilmente ricordando la giovinezza passata.

La canzone

Un vecchio e un bambino si preser per mano

e andarono insieme incontro alla sera;

la polvere rossa si alzava lontano

e il sole brillava di luce non vera...

L' immensa pianura sembrava arrivare

fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare

e tutto d' intorno non c'era nessuno:

solo il tetro contorno di torri di fumo...

I due camminavano, il giorno cadeva,

il vecchio parlava e piano piangeva:

con l' anima assente, con gli occhi bagnati,

seguiva il ricordo di miti passati...

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,

non sanno distinguere il vero dai sogni,

i vecchi non sanno, nel loro pensiero,

distinguer nei sogni il falso dal vero...

E il vecchio diceva, guardando lontano:

“Immagina questo coperto di grano,

immagina i frutti e immagina i fiori

e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,

crescevano gli alberi e tutto era verde,

cadeva la pioggia, segnavano i soli

il ritmo dell’uomo e delle stagioni...”

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,

e gli occhi guardavano cose mai viste

e poi disse al vecchio con voce sognante:

“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata


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