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Cairo: «A Masio scritte terribili per i bambini che le vedono. Parliamo di calcio, non di guerra»
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Attualità Domenica 15 Marzo 2026 ore 06:00

​Stai attento all’unto!

Foto di Riccardo Marchionni

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia un'altra carrellata di modi di dire raccolta da Gordiano Lupi



PIOMBINO — Quando stiamo attenti all’unto significa che si sta dando troppa importanza a una cosa di poco conto. “Dé, stai attento all’unto!” è la tipica esclamazione rivolta a un tipo pillaccheroso che guarda a ogni minuzia e trova da ridire su ogni piccolo errore. Viene spontaneo chiedersi che cosa siano le pillacchere, a nostro parere i frutti adesivi di un’erba che (se lanciati) si attaccano ai vestiti, per altri sarebbero schizzi di fango o grumi di sporcizia. Andiamo avanti con altre frasi ed espressioni, in parte desuete. “Un vecchio barbogio” o “un vecchio bavoso” erano due modi dispregiativi per definire un anziano che aveva il difetto di essere petulante. Se ti intimavano: “Stai inorecchito!” era per dirti di fare bene attenzione. 

Quando ti davano del “cecco furia” voleva dire che eri impaziente, poco incline ad aspettare. “Ora stai fresco!”, si diceva quando ti dovevi attendere un rimprovero dopo aver combinato qualcosa di negativo. “Il ragno” è il modo in cui a Piombino tutti hanno sempre chiamato la spigola o il branzino. “Questa cosa non mi torna!”, si dice quando un argomento è poco convincente. “La scodella” è il piatto fondo che si usa per la minestra. Il verbo scodellare veniva usato anche in modo greve riferito a una donna incinta sul punto di partorire: “Tra un po’ ti scodella il figliolo!”. “Scorucciato” è un tipo impermalito. “Un freddo buggerone” è un freddo intenso. “Si pole fa’” è un modo tutto piombinese di declinare il verbo fare, meglio il poter fare. “Un lezzone” è uno sciocco (es: “mi tratta da lezzone”). Il verbo pranzare dalle nostre parti si declina anche come “desinare”. Per far paura ai bimbi non c’era solo il gatto mammone, soprattutto in campagna si usava anche “la capra margogna”. “Se non stai buono / se non fai il bravo, chiamo la capra margogna!”, era la minaccia delle nonne.

“Dire a nuora perché suocera intenda” è abbastanza italiano, significa parlare a una persona (nuora) con l’intento che il messaggio venga compreso da un’altra persona presente o che si sa che ascolterà (suocera). Questo metodo viene utilizzato per comunicare qualcosa in modo indiretto, spesso per diplomazia o perché si preferisce non affrontare direttamente il vero destinatario. “Lascia in pace il can che ghiaccia!” è una variante locale per “non stuzzicare il can che dorme”, in parole povere non lo infastidire, già che se ne sta buono. “T’ho beccato a ruba’ i fichi!” è un’altra espressione proverbiale che risale ai tempi di quando si andava in campagna a cogliere i fichi dagli alberi. In pratica significa che ti ho preso in castagna, con le mani nel sacco, anche in senso metaforico. “Il toro va preso per le corna” è quasi italiano, significa che i problemi vanno affrontati di petto, seriamente, senza tanti sotterfugi. “Ti ci metti di buzzo buono” si usa per dire che quando si fa una cosa va fatta bene, con il dovuto impegno, senza prenderla sottogamba, appunto “di buzzo buono”. “T’ha dato balta il cervello!” viene riferito a una persona che dice una cosa talmente assurda da sembrare una follia. 

“Sembri il figliolo della povera schifosa” da quanto sei trasandato, va da sé che la povera schifosa - nomina sunt consequentia rerum - non era certo un modello di eleganza. “Sei come i cocomeri di Viareggio, non ne fallisce uno!”, esclamazione usata anche per i cocomeri di Faenza, noti per essere tutti molto rossi e zuccherosi, ergo non se ne butta via neppure uno. Negli anni Settanta sentivo pronunciare questa esclamazione soprattutto negli stadi di calcio, all’indirizzo degli arbitri che sbagliavano molto a danno della squadra di casa. “Se vuoi vivere quanto Noé / bevi vecchina e non caffè!” era un ritornello pubblicitario che reclamizzava la miscela di orzo e cicoria nota come il caffè della vecchina, divenuto proverbiale. “Stare al pigio” mi ricorda i tempi della scuola, per i nostri genitori significava impegnarsi di più, dedicare maggior tempo allo studio. “Se vuoi rimediare le insufficienze, mettiti al pigio, che la testa ’un ti manca!”. Termino con i nostri vecchi che non pativano la miseria, loro la chiamavano “stoia” (“Ho una stoia che non mi reggo in piedi!”), così come quando dovevano grattarsi non avevano il prurito, ma “il prudito”. “Mi passeresti le pasticche per il prudito?”, diceva mia nonna. 

A proposito di miseria giova ricordare la frase proverbiale “c’era una miseria che fischiava le canne”.

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata


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