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QUI eBook domenica 10 gennaio 2021 ore 07:00

POPULONIADalle origini alla fondazione di Piombino

Proseguiamo con la pubblicazione del quinto capitolo del libro di Enrico Beni che potrete leggere nella sezione "QUI eBook" dedicata agli scrittori locali



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Settanta milioni di anni fa (nel periodo detto Eocene) il promontorio di Piombino si presentava come un'isola, essendo emerse dal mare solo le colline che poi ne formeranno l'ossatura. La composizione di queste terre era ed è in massima parte composta da sabbie cementate a strati e ricche di calcare, risultato di depositi fluviali del bassofondo marino. In alcune zone oggi chiamate P.zza Bovio e Calamoresca si possono vedere invece rocce eruttive che assumono un aspetto granuloso e cristallino.

Devono passare circa 68 milioni di anni prima che l'isola subisca altre trasformazioni dovute in massima parte al ritirarsi del mare e all'apporto di depositi fluviali e all'emergere di terreno paludoso.

Il promontorio di Piombino alla fine dell'ultima glaciazione

In questo periodo il promontorio era collegato alla terraferma da due strisce di terra del tutto simili a quelle che oggi si possono vedere al vicino Monte Argentario.

Sopravvennero le glaciazioni e alla fine della seconda, (circa milleseicento mila anni fa nel Pliocene) comparvero i primi uomini homo habilis e tempo dopo l'homo erectus. L'uomo che abitava il promontorio in questi periodi era con volta cranica bassa, fronte sfuggente, mandibola robusta, corpo tozzo, ricoperto di peli e con robuste ossa; adatto a sopportare condizioni di vita estremamente sfavorevoli. Vagava da un posto all'altro alla ricerca del cibo la fitta vegetazione e l'enorme rigoglio delle piante davano cibo a sufficienza, bastava coglierlo.

Come abitazione usava i ripari naturali, grotte anfratti, alberi grandi e frondosi.

I suoi primi utensili per la difesa erano delle pietre (Selci) scheggiate. Imparò a costruire delle capanne con le fronde degli alberi e a costruire muri di pietra per ripararsi. La vita sociale era delle più semplici, l'istinto guidava questi uomini anche negli affetti, erano aggregati in famiglie e le famiglie in piccoli gruppi uniti dal legame di parentela ma soprattutto dalla collaborazione. In quanto uniti avevano a disposizione maggiori quantità di cibo e riuscivano meglio a difendersi dai pericoli che li minacciavano.

Homo erectus

In un periodo successivo detto Pleistocene apparve l'Uomo di Neanderthal che passò attraverso altre tre glaciazioni che apportarono ogni volta modificazioni alquanto vistose al nostro promontorio. Quest'uomo costruisce strumenti che denotano uno sviluppo notevole della tecnica costruendo oggetti complessi. Sapeva manipolare le cose con la nostra stessa abilità era abile nella caccia e capace di pensiero astratto e di idee creative.

Tracce di quest'uomo, pietre scheggiate in varie forme, si trovano nel Paleolitico inferiore presso la località Casa Rossa e Riotorto in una superficie cui affiorano Sabbie rosso arancio e in località Podere San Luigi a San Vincenzo.

Altre tracce più tardi nel Paleolitico medio si ritrovano lungo la costa di Villa del Barone a Baratti, al Podere Poggio alle Formiche e più a nord presso il Podere Pellegrino, nonché verso l'interno del promontorio a Piscina degli Olmi e a Ponte alle Bufale. Altri due siti interessanti sempre presso Casa Rossa a Riotorto e a Botro ai Marmi, nel comune di Campiglia Marittima.

Durante le glaciazioni, causa il ritirarsi del mare il promontorio si trovò unito alla vicina Isola d'Elba permettendo così la trasmigrazione dell'uomo dal continente all'isola e in cui si stabilì insieme agli animali che si erano spostati, come e con lui, rimanendovi poi imprigionati dal lento risalire del mare alla fine di ogni glaciazione.

Notizie più precise di questo nostro antenato si hanno da 40.000 anni fa inizio del Paleolitico superiore. Si costruiva con le pietre scheggiate coltelli, lance, pugnali, raschiatoi, bastoni di comando; arpioni e infine l'arco e le frecce. Tracce di utensili se ne trovano presso Botro ai Marmi e Pappasole sulla statale Aurelia.

Questo sviluppo delle armi fu dovuto all'influenza delle ere glaciali che mutarono profondamente le abitudini del nostro antenato obbligandolo, causa la rarefazione dei vegetali a dipendere meno da questi e più dagli animali, divenendo così cacciatore.

Livello del mare nella massima glaciazione.
Si può notare che l'Elba e Piombino erano unite dalle terre emerse

Cacciando a piccoli gruppi l'uomo sviluppò il linguaggio (la nascita dei segni e delle parole atte a comprendersi velocemente in qualunque situazione e a concordare il da farsi). La conoscenza del fuoco fu un'altra tappa importante per lo sviluppo del nostro antenato. Col fuoco teneva lontano le belve, si scaldava e imparò a cuocere la carne. L'uomo di Neanderthal fu soppiantato dall'Homo sapiens che era più evoluto, sapeva lavorare magnificamente la pietra, sapeva lavorare anche l'osso, sapeva disegnare molto bene (da noi purtroppo non si sono ritrovate, fino ad ora, tracce di queste pitture), sapeva pescare, costruire tende fatte di pali e capanne a gruppi seminterrate.


Scene di vita quotidiana in un villaggio con palafitte

Imparò a addomesticare alcuni animali come il cane e a coltivare le piante e, da questo momento, si può davvero parlare dell'inizio nella nostra zona della civiltà.


II - La Preistoria

Abbiamo lasciato il nostro antenato a quarantamila anni fa: ora lo ritroviamo dopo circa trentamila anni e precisamente a 8000 anni fa, un'altra data importante, giacché in questo periodo nasce l'agricoltura.

Il nostro antenato scoprì che tra la vegetazione spontanea nasceva una specie di grano da cui si poteva estrarre la farina e farne una specie di pane, ottimo per alimentarsi ma ancora ignorava come coltivarlo. Per la sua raccolta si costruì delle falci di selce con manici di osso.

Debbono passare ancora duemila anni per la comparsa di una vera varietà di grano, frutto di un incrocio naturale tra due varietà simili. Tale incrocio dette origine ad un grano simile all'attuale.

E in questo stesso periodo il nostro antenato (non si sa come) scoprì che il grano si poteva seminare. La semina contribuì a rendere l'uomo stabile giacché non occorreva più spostarsi da una parte all'altra del promontorio (o più lontano) per la ricerca del cibo ma bastava seminarlo vicino alla propria abitazione per ottenerne il cibo necessario.

L'uomo per recuperare superfici per la semina, iniziò i primi disboscamenti e lungo la costa del promontorio costruì i primi villaggi.

Iniziò anche in grande scala l'addomesticamento di alcuni animali quali maiali, polli, oche, anatre e soprattutto cani, i più antichi compagni dell'uomo. Scoprì anche che alcune piante come le palme il dattero, l'olivo, il fico, il melo e la vite si potevano riprodurre per talea (sotterrando parte di un ramo affinché riproduca radici e diventi indipendente) e così ne iniziò la coltivazione. Fu l'inizio della rivoluzione agricola.

La facilità dei raccolti e la maggior sicurezza di non restare senza cibo produssero anche maggior tempo libero stimolando la mente e la vita sociale e familiare. Fu l'inizio della Cultura.

La donna fu la maggior artefice di questa rivoluzione agricola e culturale essa al contrario dell'uomo, cacciatore, agile, svelto di piede, pronto ad uccidere e spietato per necessità, era più passiva, attaccata ai suoi bambini e dedita a sorvegliare e allevare animali di ogni specie e persino ad allattare occasionalmente piccoli animali.

Tra i suoi compiti c'era quello di sorvegliare le piante e seminare. Fu così che occupandosi dell'orto compì quei capolavori di selezione e d'incrocio che trasformarono specie selvatiche in varietà domestiche prolifiche e nutrientissime.

Fu sempre la donna che fabbricò i primi recipienti intrecciando canestri e modellando il primo vaso di terracotta.

Il villaggio era fondamentalmente una sua creazione, essendo questo prima di ogni altra cosa un nido collettivo per proteggere e allevare i piccoli. Qui ella contribuì a prolungare il periodo dell'infanzia e della irresponsabilità gioiosa dalla quale dipendeva (e dipende) tanta parte della vita successiva dell'uomo.

I primi villaggi del promontorio sorsero vicino alle sorgenti, sulle alture e alcuni protetti dalla palude e dal mare. Nel villaggio si formarono le prime strutture essenziali la casa, il forno, la dispensa, la cisterna dell'acqua, il magazzino e il granaio.

Vennero costruiti recinti fossati, terrapieni, come protezione contro gli animali da preda. Entro questi recinti i bambini potevano giocare tranquillamente senza che nessuno li sorvegliasse e di notte il bestiame poteva riposare senza essere molestato dai lupi o altri animali feroci.

Attorno al villaggio vi erano i campi coltivati sempre più proficuamente. L'ambiente igienico dei villaggi del promontorio era pessimo, ma grazie all'aiuto dei cani (in origine più che e guardiani erano eliminatori di rifiuti) e del maiale gli inconvenienti igienici venivano eliminati.

Semina e coltivazione delle piante attorno ai villaggi (Ricostruzione)

D'altronde i rifiuti e il letame prodotti dall'uomo e ammassati nei dintorni del villaggio ebbero una parte importante ai fini dell'agricoltura, grazie ad essi i terreni erano resi perennemente fertili.

La quantità di letame che il villaggio produceva era abbondante tanto che veniva addirittura mescolato al fango per intonacare pareti e graticci delle capanne.

La vita nel villaggio era condizionata dalla nascita, dalla residenza, dal legame di sangue e dal suolo. Ogni individuo era un essere umano completo che svolgeva tutte le funzioni proprie a ogni fase della vita, dalla nascita alla morte, in unione con le fasi naturali (stagioni, tempo, notte, giorno) a cui si sottometteva, anche se provò la tentazione di invocare le potenze magiche per controllare a proprio vantaggio, (vedi ad esempio le scene di caccia dipinte sulle pareti delle grotte a fine propiziatorio).

Nel villaggio c'era il vicino, colui che viveva a portata di mano e di voce, che divideva i momenti critici dell'esistenza, che vegliava i moribondi, che piangeva solidale i defunti che si rallegrava ai pranzi nuziali o alla nascita dei figli.

Dominato dalla figura della Donna, dalla sua natura di madre e protettrice, questo periodo storico vede per mezzo di lei, della sua esperienza, la creazione di utensili di pietra ben levigati, recipienti di terracotta, vasi, giare, involucri di tutte le specie, dai granai alle cisterne per conservare il vino l'olio e altre provviste da una stagione all'altra.

Donne impegnate nei lavori quotidiani del villaggio (Ricostruzione)

Ogni villaggio anche se vicino era un mondo a parte, difficilmente ci si scambiava visite tra villaggi vicini. Il villaggio si presentava come un piccolo gruppo di famiglie (gli storici dicono da 6 a 60 famiglie circa), ciascuna delle quali aveva il proprio focolare, le proprie divinità, il proprio reliquiario e il sepolcreto entro l'arco della casa o del cimitero comune.

Tutte le famiglie parlavano la stessa lingua, si riunivano sotto lo stesso albero o all'ombra della stessa pietra, camminavano per lo stesso sentiero percorso dai loro armenti, ognuno insomma seguiva lo stesso sistema di vita e partecipava ai medesimi lavori. La divisione del lavoro era data dall'età, dalla forza, dall'attitudine del singolo.

Un ruolo importante era quello degli anziani che impersonavano la saggezza accumulata della comunità, (attraverso la comunicazione verbale essendo la scrittura sconosciuta) e inoltre contribuivano a ristabilire l'ordine richiedendo la cooperazione di tutti ogni vota che questo veniva turbato.

Pitture murali propiziatorie per la caccia (Ricostruzione)

Battitura del grano nell'aia del villaggio (Ricostruzione)

III - L'uomo cacciatore, nascita della città

Un cenno particolare merita l'uomo cacciatore, questi al contrario della maggioranza degli abitanti del villaggio, ormai dediti quasi esclusivamente all'agricoltura viveva in modo nomade spostandosi frequentemente in cerca di cibo: era dapprima tollerato dagli abitanti del villaggio e in seguito venne accolto con piacere grazie alle sue qualità di braccare e uccidere le belve feroci che vivevano nei pressi delle abitazioni e discacciava le mandrie che calpestavano i campi coltivati.

Grazie a questo compito il cacciatore con il passare del tempo sfruttò la sua audacia e la sua aggressività per sottomettere gli abitanti del villaggio e da loro protettore divenne il loro capo.

Il predominio dell'uomo cacciatore sovvertì l'ordine instaurato sino ad allora e la predominanza della donna venne superata da quella dell'uomo che si vantava della sua forza, delle sue conquiste, del suo coraggio virile e inventava leggende per sostenere la sua superiorità (l'esempio più conosciuto è quello della leggenda di Adamo ed Eva).

Circa 2700 anni a.C. avvennero dei cambiamenti importanti nella vita sociale. La maggioranza delle persone sparse sul promontorio sentì la necessità di abbandonare i villaggi e di riunirsi in un agglomerato più grande, la città.


Fig. 13. - Ricostruzione di villaggio età del bronzo

Questo bisogno della città fu dato dal riunire in poco spazio, e aveva perciò subito disponibili, tutti i mestieri necessari alle nuove esigenze di progresso insite nell'uomo. Così il minatore, il barcaiolo, il pescatore, l'artigiano ecc. sotto la guida del cacciatore, ormai capo indiscusso per le sue qualità e per il rispetto che incuteva, iniziano un altro capitolo importante della storia.

Nel golfo di Baratti, presso il mare e sulla collina che lo sovrasta, apparì il primo e più importante villaggio del promontorio. Era costituito solo da un agglomerato di capanne e da un luogo principale di riunione, la cima della collina, dove in un grande spiazzo che dominava il mare da tutti i lati vi era una rustica capanna più grande e più bella delle altre.

Li si adoravano i nuovi dèi, che avevano eclissato quelli della famiglia sopravvissuti solo nell'ambito familiare come protettori personali.

I nuovi dèi ispirati alle manifestazioni spettacolari della natura come il Sole, la Luna, le acque erano figura di quella vitalità e forza che ispiravano i capi cacciatori.

Il capo cacciatore, divenuto condottiero e signore della città, impose un nuovo modo di vita. Soffocò le libertà, la cooperazione un tempo anima del villaggio, subordinando tutte le azioni al suo servizio e per la sua gloria.

Il soldato a difesa dell'ordine costituito fu la sua prima creazione, poi vennero il Sacerdote e i funzionari, e con la forza e il ricatto relegò l'agricoltore da un ruolo predominante all'ultimo posto, e così accadde per le altre categorie che lo precedevano nella scala sociale che si andava instaurando.

In questa trasformazione ebbe una parte importante la religione grazie all'aiuto della casta sacerdotale il cacciatore divenuto condottiero e Re ottenne così anche l'aiuto del cielo per tutte le sue azioni e malefatte.

I sacerdoti sfruttarono il timore dell'uomo per l'aldilà, per la magia e le loro conoscenze sui fenomeni della natura e del cielo e così poterono controllare e rendere schiavi i cittadini.

Accanto ai sacerdoti nacquero i medici e i maghi, tutti in appoggio al Re che in contraccambio assicurò loro una vita agiata. La parola del Re era legge sostenuta dai militari. Il Re aveva il potere di confiscare, uccidere e distruggere.

I re che dominarono in questo periodo sia la città posta in Baratti sia le altre città vicine ebbero l'idea di inventare la guerra per poter avere sempre più risorse a disposizione e tutte le ricchezze del vicino.

Anche la schiavitù ebbe in questo periodo uno sviluppo incredibile. Gli schiavi erano addetti ai lavori più umili e contribuivano ad aumentare il reddito della città.

Il popolo ben volentieri seguiva il suo re giacché gli schiavi eliminavano i lavori più faticosi e inoltre lo sostituivano nei sacrifici agli dèi, fungendo da capri espiatori allorché le calamità naturali, considerate maledizioni degli dèi, si abbattevano sul territorio.

Fig. 15. - Diffusione dell'indoeuropeo

La nascita della città come istituzione, sia nel promontorio come in ogni altra parte del mondo portò anche dei benefici per lo sviluppo dei popoli.

Si intensificarono gli scambi e i rapporti di commercio in tutto il mondo allora conosciuto (Europa, Asia e Asia Minore) e ciò portò ad un evoluzione del linguaggio, linguaggio che oggi viene conosciuto come l'indoeuropeo.

Questo linguaggio fu il prodotto della civiltà del latte, del grano, della ceramica e del tessuto, del cavallo e della ruota, del rame e del bronzo e della divisione delle classi.

Ma poco dopo l'acquisita unità economica europea si spezzò a causa della concorrenza, dei separatismi e delle contraddizioni che portarono all'evoluzione separata dei linguaggi simboleggiata dalla famosa Torre di babele della Bibbia.

IV - Compaiono gli Etruschi

Alla fine dell'età del bronzo (XII-X sec. a.C.) numerosi sono gli insediamenti nel territorio, fra San Vincenzo e Baratti ne sono state trovate numerose tracce. La necropoli di Villa del Barone risale a questo periodo. Gli uomini di questo periodo erano oltre che agricoltori (macine ritrovate in loco ne testimoniano l'attività), anche pescatori e raccoglitori di molluschi, e capaci di avventurarsi con piccole imbarcazione sul mare per battute di pesca. Ma l'attività più importante era quella della lavorazione dei metalli grazie alla scoperta di giacimenti importanti di oro ferro rame ecc. ciò contribuì a spezzare quell'unità e dipendenza che fino ad allora avevano verso i popoli del nord giacché divennero a loro volta esportatori di materie prime e cercarono e trovarono nuovi sbocchi commerciali con nuovi popoli.

Il linguaggio si adattò alle nuove esigenze e nacquero così nuove lingue.

Nella nostra zona un razionale e ampio sfruttamento delle zone minerarie delle colline vicine del campigliese e zone minerarie dell'Elba contribuì a rendere la città una delle più importanti del centro Italia dal punto di vista minerario e di esportazione dei prodotti lavorati.

Fu in questo periodo dell'età del ferro (IX-VIII sec. a.C.) che i popoli del luogo detti villanoviani decidono di fondare nuovi villaggi e sul nostro promontorio. Fu ampliato il villaggio che era stato costruito in cima alla collina che sovrasta l'attuale Baratti nel luogo dove poi sorse Populonia dalle tracce rimaste si constata che era composto da una grande capanna ovale dal tetto di frasche e dalle pareti d'argilla e dalle fondamenta scavate sulla roccia.

La schiavitù si allargò, dato che occorrevano sempre più uomini per le miniere, e questo era un lavoro che nessun uomo libero era disposto a fare.

fig. 19. - Resti di Forno fusorio etrusco. Loc. Val Fucinaia, Campiglia Marittima

Le miniere più ricche della nostra zona erano situate nella vicina Campiglia, con giacimenti di rame, piombo, argento e stagno, il loro sfruttamento era iniziato sin dal III millennio a.C. infatti forni fusori e scorie di fusione del rame trovati presso la cava Solvay, a San Carlo sono di questo periodo.

Nell'intera zona di Campiglia e Massa Marittima se ne conservano numerose tracce circa 3000 unità tra pozzi gallerie e fosse.

Il metodo di ricerca era quello di seguire l'andamento del filone e di scavare gallerie e pozzi per la raccolta. Il minerale proveniente dai vari pozzi era trasportato probabilmente a spalla o per mezzo di argani gerle o sacchi, all'esterno della miniera in attesa di essere portato nelle zone di trasformazione (forni fusori). Un attività molto pesante a cui erano destinati in maggior parte schiavi come abbiamo già detto sopra.

Di pari passo con l'industria mineraria si sviluppò anche l'agricoltura.

Ampi terreni vennero disboscati e posti a varie colture di vite, olivi, grano, frutta tra cui il melograno pianta sacra agli etruschi.

Prodotti molto richiesti dai popoli del Nord che non potevano o non sapevano produrre. Anche il sale; della cui produzione il promontorio era ricco, era molto richiesto.

Questo sviluppo commerciale portò ad un miglioramento della vita e a sviluppare una cultura e una identità nuova di queste popolazioni. Gli Etruschi e la loro civiltà ne sono la naturale conseguenza. Questo popolo sviluppò una sua lingua e una sua cultura acquisendo parte delle culture fenice e greche con cui ebbero contatti a partire dal VII sec. a.C.

Gli etruschi s'insediarono in Toscana,Umbria, nella pianura padana e nel Lazio con alcune colonie in Campania. Anche la città posta in Baratti (fino ad allora senza un nome conosciuto) divenne etrusca e le fu dato il nome di Populonia. Sull'origine di tale nome vi sono varie teorie che riportiamo.

Il Minto nel suo libro (Populonia, La necropoli arcaica; edito negli anni '20 e ristampato da La Bancarella Editrice 2007) e preso come base per ulteriori studi su Populonia suggerisce che provenga da Fufluns il nome dell'antico dio del vino Dionisio, infatti a Populonia la coltivazione della vite era molto sviluppata e lo dimostra il ritrovamento di un enorme ceppo di vite che oggi si trova presso il Museo di Storia Naturale di Firenze.

Il De Agostino afferma invece che tale nome sia la storpiatura del nome populus in bocca etrusca.


Fig.16. - Fibule di età villanoviana ritrovate a Populonia (Da Minto)

Fibule: 1, 3- arco a bastoncello. 4,6 - ad arco semplice. 7,10- a nastro laminato 11 - con arco laterale elastico. 12 - con cordonature spiraliformi. 13 - a spirali di filo di bronzo. 14 - arco ingrossato a sanguisuga

Il Cappelletti lo fa invece provenire dalla pronuncia orientale in Popi-lonia e in tardo latino Metalla perciò città del rame e ferro per la manipolazione del metallo oppure (fa notare il Cappelletti che) con tale nome si nominava in principio solo la bocca del porto che riceveva rame e ferro per la manipolazione.


Fig.18. - Carta d'Italia al tempo della civiltà dei Metalli


A. Semplici nel suo libro, lo fa derivare dall'etrusco puple che sta per “germogli” collegato al dio Fufluns, il Dioniso-Bacco del nuovo popolo.

Gli etruschi stabilitosi così nella nostra zona per i loro traffici usarono ampliarono sia le vie di terra che le vie di mare.

Le vie del mare data la sua vicinanza furono sfruttate forse più proficuamente e Populonia fu il più importante centro di questo traffico marino degli etruschi.

La rigogliosa vegetazione del promontorio e delle colline circostanti permise di avere ottimo legname per la costruzione di lunghe e robuste navi corredate (in seguito) da rostri di bronzo con cui in caso di bisogno si sfondava facilmente la chiglia delle navi nemiche.

La potenza degli etruschi dominava il Tirreno (mare che ha preso il nome da loro gli etruschi erano chiamati dai greci anche Tirsenoi) si espanse anche ben presto anche in tutti i mari allora conosciuti.

Gli etruschi erano perciò temuti e anche diffamati per rivalità commerciali dagli altri popoli e specialmente dai Greci che li chiamavano Pirati del mare.

Le miniere e gli altiforni di Populonia dell'Elba di Campiglia contribuirono a rendere monopolistico il commercio etrusco. Fu un periodo di boom commerciale eccezionale di cui godettero anche le altre città etrusche. Ma a Populonia oltre che alla metallurgia ci si preoccupò di sviluppare anche l'agricoltura.

Sul promontorio e nelle colline e pianure vicine l'agricoltura ebbe uno sviluppo e un rigoglio impressionante, i terreni erano irrigati e resi fertili attraverso un innumerevole sviluppo di canali che permettevano il drenaggio delle paludi verso il mare. Qui si coltivava di tutto grazie alla fertilità del suolo. Vasto era anche l'allevamento di vacche, cavalli, pecore, maiali e animali da cortile.

V - La città di Populonia


Fig. 20. - Ricostruzione della città di Populonia

Populonia era divisa in città alta e città bassa (dov'era l'antico porto commerciale). Le case nella città erano perlopiù in pietra e mattoni, disposte lungo strade lastricate che ripetevano l'antica pianta della città dove un tempo erano sorte le prime capanne.

Nella città alta vi era la dimora del principe e dei ricchi suoi pari, queste case erano ampie e più robuste e quasi tutte munite di un ampio atrio. Vi erano anche botteghe disposte nella strada principale che conduceva ai templi.

I templi erano di pianta quasi quadrata e una metà di questi era occupata da tre navate che formavano la cosiddetta cella, l'altra metà era composta dal vestibolo o pronao e dall'altare dei sacrifici. Il vestibolo era formato da ampie colonne che proseguivano in linea retta le pareti della cella. Tutto l'edificio era costruito in mattoni crudi e legno mentre le fondamenta (che si possono vedere ancora oggi) erano in robusta pietra.


Fig. 21. - Cittadini che vanno al tempio (Ricostruzione)

Era coperto da un grande tetto di tegoloni a doppio spiovente. Il tetto era assai grande, basso e pesante (ripeteva il modello della casa) e come quello delle case era molto sporgente e sulla facciata terminava con un frontone triangolare aperto e munito all'altezza del pronao o vestibolo di un piccolo tetto inclinato in avanti. Era ornato con antefisse (sporgenze decorate) per tutto il perimetro. Vi erano dipinte scene di guerra o episodi mitologici oppure simboli sacri quali l'ascia bipenne e i serpenti.

Nella città bassa si svolgevano le maggiori attività commerciali, industriali e portuali. Qui viveva e lavorava il popolo minuto e tutto era più semplice ma non meno decoroso; ampio spazio occupavano tra le case i magazzini e le aree delle merci. L'attività del porto era frenetica, arrivavano e partivano in continuazione merci e minerali da lavorare e già lavorati pronti per l'esportazione verso la Grecia, Cartagine, la Sicilia, e l'Asia Minore.

Il minerale proveniente dalla vicina Isola d'Elba e dalle località oggi chiamate Lumiere e Madonna di Fucinaia (nelle colline Campigliesi) veniva lavorato attorno alla città alta o nelle colline vicine, comunque in zone scoscese per facilitare l'alimentazione e le discariche del minerale. I forni erano fatti in arenaria (essendo un ottimo refrattario), che si trovava in gran quantità nel promontorio. Veniva inoltre usata l'argilla per tappare gli spazi vuoti fra pietra e pietra, per rivestire in modo uniforme i forni nella parte inferiore.

I forni erano sempre in attività, alte colonne di fumo si scorgevano sino a qualche km di distanza. La città si svegliava al mattino al rumore dei passi degli operai che davano il cambio al turno di notte e dai carri che portavano le merci in città per la vendita. Più tardi si aprivano le botteghe e riprendeva l'attività del porto con il carico e lo scarico delle merci. Preziose stoffe d'importazione insieme a vasellami e utensili facevano bella mostra di se sui banchi dei commercianti. Per le vie della città si vedevano affaccendarsi molti uomini, vestiti con una veste lunga sino alle ginocchia e stretta in vita detta tunica, sopra un mantello gettato sulle spalle detto tebenna (un mantello di forma ellittica) completava l'abbigliamento.

Particolare cura dedicavano gli etruschi alle calzature, di cui ne esistevano diversi modelli, dai sandali con liste dorate, al calzare stringato per uso quotidiano e festivo.

Vi erano persino soprascarpe per i giorni di pioggia rivestiti all'esterno di sottile lamina di bronzo. Ma le scarpe più “chic” erano sia per gli uomini che per le donne quelle con la punta all'insu come usavano in Asia Minore.

Per le strade oltre che le persone adulte, di tutti gli strati sociali si trovavano i bambini che schiamazzavano e giocavano ai più disparati giochi.

Chi giocava con piccoli carretti, chi con bambole, sassolini ecc. I più grandicelli che se lo potevano permettere economicamente frequentavano la scuola dove imparavano l'educazione, a leggere, scrivere e far di conto.

Fig. 22.- Ricostruzione d'interno di casa etrusca con le pareti ad encausto i mobili intarsiati, le ceramiche preziose

Nelle campagne vicine alla città la vita si svolgeva in modo diverso dalla città. Il contadino si alzava presto per accudire alle faccende dei campi. Alcuni possedevano schiavi per i lavori più pesanti, ma erano pochi. La moglie lavorava al fianco del marito e così i figli (fin dalla più tenera età) e tutti i componenti della famiglia, che come abbiamo già accennato, era numerosa, essendo formata non solo dai figli, ma anche dai parenti più prossimi. I contadini vestivano in modo semplice alcuni addirittura con semplici pelli di animali. Avevano relazioni amichevoli con i vicini, prestavano loro la falce, le gerle e spesso la loro manodopera che era ricambiata nel momento del bisogno.

Le proprietà erano divise da cippi di pietra posti in loco dai sacerdoti ed i confini erano considerati sacri e inviolabili, chi rimuoveva una pietra di confine era passibile di pena di morte.

Le donne etrusche vestivano elegantemente. Si ornavano con orecchini, bracciali collane, diademi d’oro realizzati con maestria eccezionale e procedimenti raffinatissimi, d’oro martellato, impreziosito con filigrana e granulazione. Le loro vesti erano attillate; cinte ai fianchi e i lembi toccavano per terra; sopra la veste vi era una specie di mantello lungo sino alle ginocchia. Le Stoffe erano di lino finissimo e di bisso di Mileto.

Le vesti erano ricamate e orlate di bordature e di frange. I capelli erano raccolti a crocchia verso la nuca, da cui partivano due trecce che scendevano sul seno. Infine come copricapo un cappello fatto a coppa rotonda detto tutulus.

Fig. 22 bis. Vasaio etrusco (Ricostruzione)

Le donne etrusche avevano il diritto di partecipare a tutti gli eventi pubblici, ai banchetti sedevano assieme ai loro uomini sui letti conviviali, potevano vestire in modo spregiudicato, erano istruite. Testimonianza di questo ruolo di primo piano è l'usanza di individuare le persone affiancando spesso il matronimico al patronimico.

Dei banchetti c'è ne da una descrizione Posidonio (135-150 a.c) «Gli Etruschi si fanno apparecchiare due volte al giorno una tavola sontuosa con tutto ciò che contribuisce ad una vita delicata; preparare le coperte da letto ricamate a fiori; disporre una quantità di vasellame d'argento; farsi servire da un numero considerevole di servi»

La donna è artista, colta curiosa, promuove la cultura e la civiltà del proprio paese, vive pienamente nella società occupando ruoli di vero privilegio.

Fig. 23. - Donne etrusche (Ricostruzione di vita quotidiana)

VI - L'organizzazione sociale e religiosa in età etrusca

L'organizzazione sociale degli etruschi merita un piccolo approfondimento anche per capire meglio come si svolgeva la vita di tutti i giorni. Gli etruschi erano divisi in federazioni di varie tribù . Nel nostro promontorio sono state ritrovate diverse monete con la scritta Populonia e con la sovrimpressione di vari simboli come la Gorgona, le tenaglie, o un polpo.

Gorgonatenagliepolpo





Sotto:

R.Liscio

Dietro:

R. Liscio

Dietro:

R. Liscio

Davanti:

R. Liscio

Davanti:

R. Liscio

- Saggio di monete d'oro etrusche (da Minto)

In cima alla scala sociale vi era il principe della città, detto lucumone (re) aveva diritto a omaggi e incenso. Come simbolo del potere aveva particolari insegne, la corona d'oro, il trono d'avorio, lo scettro con un aquila, il chitone di porpora in tessuto d'oro e il mantello sempre di porpora, ornato di ricami. Il re era sempre preceduto da un littore che portava una scure tenuta insieme da un fascio di verghe. (dette fascio littorio sicuramente un invenzione etrusca come dimostrano un rilievo chiusino nel Museo di Palermo datato V sec. a.C)

Più tardi verso la fine del V sec. a.C. Il re fu sostituito da una repubblica oligarchica . Al vertice c'era una magistratura suprema a cui competeva il potere politico chiamata zilath (principes dai romani).


Al fianco del re vi erano i nobili a lui pari, si doveva l'incenso, il contadino tuttavia doveva loro un maiale, aceto, uova fresche e bianchissime e soprattutto rispetto e timore.


Poi venivano i sacerdoti. Il sacerdote era la guida del popolo di Dio e a lui spettava addirittura il terzo dei prodotti della terra. Il gran sacerdote in etrusco era detto cepen spurana e i sacerdoti semplici cepen. Accanto ai sacerdoti nella scala sociale si trovavano i guerrieri e le guardie, che ne condivideva-


vano la ricchezza e il potere. Il popolo, di cui facevano parte, commercianti, artigiani, contadini e schiavi aveva soltanto dei doveri. Per garantire lo stato, le classi, la pace, i tributi e la potenza c'erano l'esercito, la polizia e la giustizia. Nel mondo etrusco il valore militare era esaltato, il guerriero era munito di un ascia di bronzo a due tagli(ascia bipenne) e quest'arma era considerata sacra agli dei. La stessa ascia pesante e tagliente diventò il simbolo della giustizia (la mannaia del boia).

Ricostruzione carro da guerra etrusco da (De Agostino)


Elmo e ascia bipenne (da Minto)

L'esercito era inoltre munito di cavalli, carri da guerra (a Populonia ne sono stati ritrovati due intatti) elmi, scudi, armature e spade.

La giustizia era amministrata dal sacerdote e chi violava il diritto veniva punito di conseguenza abbastanza duramente. Per i reati più lievi c'era il bastone o la frusta.

La religione etrusca (chiamata più propriamente disciplina etrusca) ha origini dalla leggenda di Tagete una figura di un giovane e nello stesso tempo anziano apparso all'improvviso ad un contadino che arava un campo nel territorio di Tarquinia. Al grido acuto lanciato dal contadino tutta l'Etruria si sarebbe raccolta ed avrebbe appreso dalla labbra di Tagete i fondamenti della religione. Molti furono i libri dedicati alla scienza religiosa, e come riporta Cicerone questi libri riguardavano diversi aspetti della vita religiosa o divinatoria.

Si ricorda i libri Fulgurales per l'interpretazione di Fulmini dei punti di caduta e delle loro traiettorie.

A questo proposito riportiamo un brano del libro di Mika Waltari

«Thurms L'Etrusco sulla divinazione dei fulmini presso Populonia. “Come città Populonia era simile alle sue guardie, scostante, severa... la sua popolazione considerava un onore il lavoro, anche il più umiliante ed estenuante, e il fumo dei pozzo di fusione aveva annerito i frontoni dipinti delle case. La Gorgona era l'emblema della città e il suo dio era Sethlans dalla mazza ferrata, tanto che Sethlans occupava la parte centrale del tempio, mentre Tinia e Uni erano relegate nelle camere laterali, a tal punto gli abitanti di Populonia veneravano il dio del ferro... Più ancora però mi incuriosiva il tempio della folgore, di cui tanto avevo inteso parlare. Sorgeva presso i campi minerari in cima al colle più alto, ed era circondato di statue di bronzo cavo che il tempo aveva ricoperto di verderame e che rappresentavano le dodici città della lega etrusca. Qui dove i temporali infuriavano spaventosi e dove cadevano i fulmini più accecanti, un provetto divinatore di folgori ne studiava i presagi per le città e le nazioni etrusche. A questo scopo una pietra piatta recava uno scudo di bronzo, diviso in quattro parti e orientato come la volta del cielo, e poi ancora suddiviso in sedici sezioni minori abitate da sedici divinita i cui segni potevano essere interpretati soltanto dai sacerdoti. In quel tempio coloro che aspiravano a divenire sacerdoti della folgore ricevevano la consacrazione finale e la consegna della conoscenza segreta dopo ben dieci anni di studi... » (Mika Waltari, Thurm L'Etrusco, Rizzoli, Milano 1976)

I libri Haruspicini che trattavano dell'interpretazione di visceri di animali e in particolare del fegato di pecore.

«Del fegato si osservavano le prominenze, dette fibrae, cariche di forti significati epresagi, particolarmente quella più evidente che veniva chiamata “testa” o “cima” del fegato (Processus Piramidalis o Processus Caudatus o anche Caput Iocineris). La sua assenza era presagio di morte e raddoppiata annunciava conflitti e avversità. Fegati con due colecisti indicavano forza e prosperità ma era la disposizione delle vene e la variabilità dei loro traccia ti a consentire agli aruspici di mettere in opera la loro scienza e la “loro arte più inaccessibile»

I libri Rituales trattavano i riti che si dovevano compiere nella vita pubblica e privata come l'organizzazione della città e di campi un frammento di questi si ritrova forse nella profezia di Vegoia, ninfa che avrebbe dettato ad Arruns Velthymnus dover si trattava di opere idrauliche, ponti e inamovibilità dei cippi di confine.

Una parte dei libri rituales era dedicata all'osservazione del volo degli uccelli e degli eventi prodigiosi cioè di eventi non prevedibili e non spiegabili dall'uomo. Una sentenza ripetuta da diverse fonti, e ripresa dai romani, informava ad esempio che se una pecora o un ariete avessero presentato nel vello macchie di colore insolito, ne sarebbero venute sorti felici per il re.

I Libri Fatales legati al destino delle città e degli uomini.

I libri Acheruntici dedicati al mondo magico, agli spiriti e all'aldilà.

I libri Exercituales libri dedicati agli eserciti.

Non è improbabile che esistesse anche una letteratura drammatica; Varrone ricorda di un certo Vonio, autore di tragedie etrusche, vissuto probabilmente nel II sec. a. C. come dice il Cristofani, nel Dizionario illustrato della civiltà etrusca, da cui sono state tratte anche notizie sui libri etruschi.


 

Tra le divinità venerate dagli etruschi per prima troviamo Tinia dio celeste simile al greco Zeus al romano Giove. Anche Tinia usava scagliare folgori. Era il dio supremo, signore dell'universo e del destino degli uomini. Nel fegato di Piacenza (usato per le divinazioni) cinque caselle gli sono dedicate ogni volta con epiteto diverso. Tre nel bordo esterno (tin cilen, tinthvf, tinsthne) le altre due si trovano immediatamente a sinistra (tinsthvf e tinsthnneth).

Poi veniva Uni (Giunone per i romani) possedeva una casella nel fegato di Piacenza nel bordo esterno sotto quello di Tinia. Sotto l'influsso del pensiero greco divenne la sposa del dio del cielo Tinia. In era tarda veniva raffigurata con il capo e le spalle coperte da una pelle di capra scudo e calcei repandi (scarpe a punta).

Altri dei erano:Aplu (Apollo) di cui probabilmente esisteva un santuario nel territorio di Caere. Era raffigurato dapprima come citaredo (suonatore di cetra) barbuto in lunga veste, poi come citaredo sbarbato e con l'alloro in mano. Raffigurava dapprima l'arciere sterminatore seguito da demoni alati della morte poi il dio delfico che purifica e assolve.Aita signore dell'oltretomba la cui sposa è Phersipnai, era caratterizzato da una pelle di lupo che gli copriva la testa e dallo scettro con un serpente attorto. Era raffigurato fino al III sec. a.C. come un dio barbato, senza attributi, poi nel IV sec. a.C. con volto brutto e capelli scarmigliati.Artumes corrispondente alla Artemide greca e alla Diana romana. Appare inizialmente come un arciera che assiste il fratello Aplu nelle sue imprese; più tardi venne raffigurata anche da sola, in veste di cacciatrice. Dal 500 a.C. come una divinità che incedeva con arco e ramoscello accompagnata da un cervo.Astarte divinità femminile Fenicia, adorata in Etruria verso il 500 a. C. come dimostrano le lamine del santuario di Pyrgi. Era la dea madre, assimilata all'etrusca Uni. Nei santuari della dea era praticata la prostituzione sacra.Cel divinità corrispondente alla greca Ghé e alla latina Tellius “madre terra”.Charun (Caronte), demone etrusco della morte, Il suo nome deriva da quello del traghettatore dei morti greco Caronte. Veniva rappresentato come un uomo con naso adunco, barba corta, capelli scarmigliati e orecchie ferine e talvolta anche con due zanne al posto dei canini. Le funzioni del dio erano quelle di annunciare ai morenti il momento del trapasso, separarli dai loro cari accompagnarli nel viaggio nell'aldilà, marciare davanti al carro di Aita o stare di guardia al sepolcro.Culsans dio bifronte, corrispondente al Giano romano. Era raffigurato come dio imberbe, a parte i calzari, nudo; in testa portava un copricapo di pelle ferina e intorno al collo aveva un torques (collare).Hercle dio corrispondente al greco Herakles, era un apportatore di prosperità, forza vitale, fertilità e fortuna. La testa o simboli di Hercle vennero raffigurati su alcune monete di Populonia.Turms corrispondente al dio greco Hermes, il messaggero degli dei, i suoi attributi erano il copricapo a tesa larga (petaso) e il kerykeion o caduceo, che qualche volta era sostituito da una verga; più tardi si aggiunsero i calzari alati e due piccole ali sul cappello.Fufluns Divinità etrusco di tipo ctonio . Il suo nome è connesso con la radice di puple “germoglio”. Assimilato al greco Dionisio (Bacco), divinità legata al vino. Il suo nome viene ravvisato anche nel toponimo di Pupluna, Pufluna “Populonia”, dove il dio era particolarmente adorato.Laran, l'Ares greco o Marte romano, dio della guerra. La più antica raffigurazione è su uno specchio ritrovato a Populonia datato IV sec. a.C. Dove Laran barbato è armato di tutto punto.Lasa giovane dea, raffigurata spesso come una giovane donna alata o aptera (senz'ali), vestita o nuda e portava talvolta uno scettro una collana o un alabastron. Era la divinità che aveva a che fare in qualche modo con il destino umano.Letham fu una delle più importanti divinità etrusche, possedeva almeno quattro caselle sul Fegato di Piacenza e veniva nominata più volte come divinità destinataria di sacrifici sulla Tegola di Capua.


Specchio di bronzo raffigurante Laran che insegue Celsclan ritrovato a Populonia (da Minto)

Maris divinità dell'amore e della fecondità dispensatrice di energia vitale. Il suo nome compare almeno due volte nel fegato di Piacenza era anche soprannominato Hercles era raffigurato in sembianze giovanili con lancia o scettro.Menerva la dea che corrispondeva alla dea latina Minerva e alla greca Athena. Fu una delle più importanti divinità di culto. Menerva poteva scagliare folgori e ciascuna città etrusca possedeva una porta urbica (arco trionfale) e una via dedicata a Tinia(Giove), Uni (Giunione) e Menerva. Era rappresentata in atteggiamento pacifico con la lancia eretta. Sugli specchi del IV e II sec. a.C. appare armata di tutto punto, di dimensioni ridottissime ed esce dalla testa di Giove.

Seguono altri e numerosi dei Nethuns, (Nettuno), Pherhiphnai (Proserpina), Vea(Demetra), Sethlans (Vulcano), Thesan (Aurora), Tuculca (Guardiana dell'oltretomba), Turan (Venere), Usils (Sole),Vanth (dea della morte), Vea, Velhans, Voltumma (Onorata dai contadini, soldati, ortolani, fiorai).

Le forme di culto si svolgevano in zone di culto delimitate e consacrate quali templi o aree dedicate. Vi era un proprio e vero calendario delle feste e le cerimonie erano seguite scrupolosamente nei minimi particolari, dato che se si incorreva in uno sbaglio si doveva ricominciare tutto da capo.

Nelle funzioni avevano ampio spazio la musica, la danza, le preghiere d'invocazione o perdono, le offerte di liquidi soprattutto di vino e cibi. Vi era poi il sacrifico di animali le cui viscere erano utilizzate alla consultazione e all'interpretazione da parte degli aruspici. I doni votivi erano una pratica molto diffusa sia per quanto riguarda le grazie ricevute sia per le richieste di aiuto. Erano eseguiti in serie con degli stampi di terracotta o in bronzo e venduti negli stessi santuari. Rappresentavano la divinità a cui ci si rivolgeva o parti del corpo umano miracolate o ammalate. A tutte queste cerimonie presiedevano i sacerdoti talvolta strettamente collegati alle magistrature pubbliche riunite spesso in collegi e confraternite.

Gli etruschi vivevano la religione come abbandono completo alla volontà divina con riti piuttosto formali affidandosi al fato o destino. E in ciò avevano buon gioco i sacerdoti che ne approfittavano per accentrare nelle loro mani il potere e al direzione spirituale della nazione.

I giochi erano considerati parte delle feste religiose e venivano aperti con solenni celebrazioni dai sacerdoti che ne traevano auspici per la città. Numerose erano le discipline in cui si esibivano gli atleti in un ampio spiazzo fuori della città circondato da tribune da dove assistevano sia uomini che donne (mentre in Grecia non era consentito alle donne l'accesso).

Ricordiamo alcune discipline in cui si esibivano gli atleti, discipline ancora attuali in gran parte esercizi ginnici, lancio del disco, del giavellotto, pugilato, corse podistiche e corse dei carri. Vi erano durante i giochi esibizioni di danzatrici e serpenti al suono dello strumento etrusco per eccellenza il flauto.

Anche la caccia era da considerarsi anche un gioco e gli etruschi usavano a questo scopo anche la musica.

«Un racconto etrusco, piuttosto conosciuto, dice che presso quel popolo si catturano i cinghiali e i cervi non soltanto con reti e con cani, come si fa usualmente, ma con l'aiuto della musica, che ha in questo una parte di rilievo. Ecco come: dispongono le reti e gli altri arnesi da caccia per tender trappole alla selvaggina; quindi viene fuori un flautista di talento, che cerca di rendere le melodie più armoniose e fa risuonare tutto ciò che vi è di più dolce nell'arte del flauto. Nel silenzio e nella pace generale, questa musica giunge sulle vette, nelle vallate e nelle foreste; il suono, per dirlo in breve, si diffonde in tutti i nascondigli e in tutte le tane degli animali. Dapprima, quando il suono raggiunge le loro orecchie, questi cominciano con lo stupirsi e con l'aver paura; poi il puro e irresistibile piacere della musica s'impadronisce di loro e, incantandoli, li induce a dimenticare i loro piccoli e la loro tana, Sebbene non amino allontanarsi dal luogo natio, gli animali a poco a poco sono attratti, come presi da un seducente incantesimo e, sotto il fascino della melodia, si avvicinano a cadono nelle reti, vittime della musica.» Eliano, Stora varia 12,46.

Giochi da una tomba (Chiusi)

Anche la società civile era una gerarchia divisa in classi come quella celeste. La vita era determinata dal Fato, ma anche dalla Speranza. C'era l'amaro ma anche il trionfo della grazia, della resurrezione.

La morte era dolore ma anche il momento del passaggio alla vita vera e per questo era festeggiata con canti, danze, banchetti. La tomba doveva assomigliare il più possibile alla dimora, da vivo, del defunto e tutti gli oggetti personali erano seppelliti in buon ordine con lui insieme al cibo affinché nell'aldilà nulla gli potesse mancare. La cena funebre (ancora viva in diversi popoli), era il legame simbolico che riuniva in comunione i vivi con i morti. I funerali del defunto erano celebrati in gran pompa secondo la classe sociale di appartenenza. La processione che lo accompagnava alla tomba sfilava lungo le strade della città recando in vista, come una mostra ambulante, la ricchezza e l'abbondanza dei doni; durante il pranzo funebre si cantavano lamentazioni sulla vanità della vita e si ricordava la promessa di beatitudine nell'aldilà.

I familiari e i parenti offrivano doni, gioielli, lampade, vasi per ingraziarsi gli dèi. Il corredo funebre faceva onore al morto ma anche a Dio. Ciò che era importante era il rito, un rito pieno di gioia (perché il morto andava in cielo) ma anche di espiazione: il defunto si presentava al tribunale di Aita per essere giudicato, il rito era chiamato come oggi Pompa funebre.


Necropoli di san Cerbone Tomba dei letti funebri (da Minto)

La tomba che era non meno importante del resto ripeteva, come abbiamo detto per quanto possibile la pianta della casa da vivo e qui il defunto deposto su un letto.

I sacerdoti etruschi, e di Populonia, erano esperti nella predizione del futuro. Il destino presso gli etruschi chiamato come abbiamo detto fato era l'espressione della volontà di Dio e questa volontà veniva interpretata leggendo nel volo degli uccelli, nel fegato degli animali, nel rene e nelle folgori.

«Fra gli etruschi e noi (romani) c'è questa differenza: noi riteniamo che i fulmini scocchino quando c'è stato uno scontro di nuvole,essi credono invece che le nuvole si urtino per far scoccare i fulmini. Infatti, dal momento che attribuiscono ogni cosa alla divinità, essi sono convinti non già che le cose abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che avvengono perché debbono avere un significato» (Seneca, Nat. Quaest., 2, 32).

I nostri antenati usavano la lingua etrusca, mistero fino a pochi decenni fa mentre oggi addirittura possiamo ascoltare il suono di questa lingua.

Dei nostri antenati non abbiamo però a tutt'oggi opere letterarie poetiche e storiche da consultare. Tutto è andato distrutto dalla dominazione romana e dalla deperibilità degli scritti composti su tavolette di cera e lunghi lenzuoli di stoffa, specialmente di lino. I libri a forma di rotolo erano scritti con inchiostro rosso o nero con giunchi appuntiti o penne d'oca, venivano conservati in scatole. Uno di solo di questi libri (per ora) è stato ritrovato e avvolgeva la mummia di Zagabria, il libro oltre che implorazioni e preghiere è composto da norme per una corretta mummificazione.

Parte delle strisce di stoffa che avvolgevano la mummia di Zagabria

La scrittura etrusca va da destra verso sinistra qualche volta anche in senso contrario. La scrittura comparve verso il 700 a.C. grazie a contatti con il mondo greco. L'alfabeto greco introdotto in etruria è di tipo euboico. Gli etruschi vi apportarono modifiche, aggiunte ed esclusioni sino ad arrivare altre diverse versioni, dovute alle zone d'influenza, Etruria settentrionale, Etruria meridionale. Tra i testi più importanti giunti sino a noi citiamo:

La Tegola di Capua, un lungo testo inciso a crudo su terracotta attorno alla metà del V sec a.C. Da sacerdoti forse di provenienza veiente (Veio), accoglie prescrizioni relative a pratiche e liturgiche.


Alfabeto etrusco, da Marsiliana d'Albegna da Mac Namara "Gli etruschi"

Gli Elogia Spurinna a Tarquinia che si riferiscono a gesta compiute tra il VI e il V sec. a.C. Le Tavole di Gubbio, sette tavole di bronzo di cui cinque sono scritte su entrambe le facce, riportano complessi cerimoniali di lustrazione ed espiazione della città.


Scrittore etrusco in atto di estrarre da un cista di bronzo un libro (Ricostruzione)

Le Lamine di Pyrgi, contengono un testo in lingua fenicia e due in lingua etrusca. I documenti testimoniano la consacrazione del tempio alla dea fenicia Astarte (Uni-Astarte) da parte di Thefarie Velianas, supremo magistrato della città di Caere Vetus.

Ecco una lista di alcuni lemmi etruschi tradotti: (Tratti da:Cristofani, Dizionario illustrato della civiltà etrusca),

Apa=padre, ati=madre, figli=Husur, nefts=nipote,

puia=moglie, papa=avo, nonno, ruva=fratello, sec= figlia.

Maru=magistrato, spur=città, zilath= per magistrato.

Ais=dio, cepen=titolo sacerdotale, hinthial=anima.

Mutna=sarcofago, penthna=cippo, pietra, suplu=auleta musico).

Avil=anni, thesan=aurora, tin=giorno, tiu=luna,mese usil=sole. eleiva=olivo, vinum=vino, hiuls=civetta thevru=toro.

Zich=scrivere.


Carta della dodecapoli etrusca, con i nomi antichi scritti in grassetto

Continua...



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