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Ricordando l'asilo Spranger

Asilo Spranger

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia "Ricordando l'asilo Spranger" di Gordiano Lupi



PIOMBINO — Se passate da via Bruno Buozzi non potete fare a meno di vederlo, ché dal 1935 l’Asilo Spranger spicca in tutta la sua fastosa bellezza in pieno quartiere operaio, un po’ barocco, un po’ neoclassico, tra colonne e piccole statue, porticati e spazi aperti. Via Buozzi congiunge via Carlo Pisacane con via della Ferriera e prima del 1935 non aveva un nome, ci pensò il podestà, il 4 Ottobre a chiamarla via XXVIII ottobre (in ricordo della Marcia su Roma del 1922). Va da sé che finita la guerra e liberato il Paese, il 29 Gennaio del 1945 si pensò bene di cancellare il vecchio nome e di darle quello del sindacalista emiliano (Bruno Buozzi) ucciso dai fascisti sulla via Cassia, a Roma, nel 1944. Ugo Giovannozzi, di professione architetto, è il responsabile del progetto di un asilo per la gioventù che è pura arte razionale, fascisteggiante, ma che resiste al passare del tempo, oltre le verdi cancellate e le strade consuete. 

Lo Spranger era l’asilo dei figli dei dipendenti Magona, la sua struttura ricorda lo stadio di viale Regina Margherita (dopolavoro sportivo dello stabilimento), ai tempi che a Piombino i padri raccomandavano alle figlie da marito: prendilo è di Magona!, perché lavorare in quel complesso siderurgico significava un piccolo benessere economico. Tutto questo fino alla crisi degli anni Cinquanta che travolse tutto e modificò lo status quo, dalla squadra di calcio in serie B, ai sogni della povera gente, agli operai costretti a emigrare. L’asilo venne intitolato a Roberto Spranger, padrone dello stabilimento verso la fine dell’Ottocento, nuovo acquirente, soprattutto innovatore, una sorta di rifondatore, un uomo che significava lavoro e progresso per la città. Non tutto sarebbe stato rose e fiori, come anche oggi vediamo, prezzi da pagare ce ne sarebbero stati, ma a quel tempo ospitare stabilimenti industriali significava ricchezza, pane e fumo, come dicevano i vecchi piombinesi. La Magona pensava a tutto, persino a un asilo dove mandare i bambini a giocare mentre i genitori lavoravano; di solito il padre nello stabilimento e la madre in casa, oppure cuciva, in certi casi pure lei lavorava nei reparti produttivi. L’Asilo Spranger era proprio bello, per quei tempi, composto di sale enormi, spazi all’aperto, cortili, un ingresso che sembrava il porticato d’un tempio greco. E sopra il colonnato non c’è un’aquila imperiale, come si potrebbe pensare, visti i tempi di costruzione, per questo la scultura è rimasta pure dopo la fine del fascismo. Se osservate bene il frontone decorato, proprio sopra le quattro colonne portanti, vedrete un pellicano nutrire i suoi piccoli, come simbolo di accoglienza per un luogo dove i figli sarebbero stati accuditi con amore. 

Per molti anni lo Spranger è stato l’asilo più importante della città, gestito dalle suore, convivendo con l’asilo dei frati dell’Immacolata, con le Giuseppine (le suore di San Giuseppe, nella zona di Trastevere, in città vecchia) e con il Pro Patria (sotto il Castello). Capita che di tanto in tanto ci passo ancora davanti all’Asilo Spranger, ricordo di averlo frequentato, rammento le suore vestite di nero, ricordo le prime amicizie, rivedo il salone dove si mangiava, un refettorio stile militare, ripenso ai giochi semplici d’un tempo, che si facevano in cortile. Non ci sono stato molto all’Asilo Spranger, avevo un amico che andava dalle Giuseppine, così ho cambiato, sono passato in città vecchia, sempre suore erano, si doveva portare il secondo da casa in un pentolino di ferro, ché loro ti davano solo la minestra, al massimo una mela come frutta. Non che c’importasse molto di mangiare bene, quel che contava era giocare a campana, mosca cieca, un due tre stella, nascondino..., se c’era il sole e si poteva uscire. 

Ricordo che c’è andato anche mio figlio all’asilo Spranger, c’erano ancora le suore, pure lui ha cominciato a disegnare tra quelle mura, s’è fatto i primi amici, ha giocato nel cortile che non è mai cambiato, poi è passato al comunale. Persino mia figlia, che è nata nel 2006, è stata allo Spranger; non c’erano più suor Teodolinda, Emerenziana e Luigina, ma le maestre laiche e la scuola era diventata una dependance di quella dell’Immacolata. E io sono andato alle riunioni, mi sono ritrovato in quelle grandi stanze dal soffitto enorme, dai finestroni infiniti, dal giardino sempre uguale a se stesso, con i soliti giochi, le identiche statue di marmo. Sono stato a una festa di Natale nel grande salone delle riunioni, ho ascoltato le canzoni preparate per il saggio, le musiche contemporanee confuse ai motivi del passato. 

Lo Spranger è sempre là, con i suoi gradoni, le scalinate, il porticato, il busto dedicato al fondatore, i corridoi lunghi e stretti che un tempo mi parevano infiniti. Se guardo di sfuggita una vecchia foto mi sembra di vedere mio nonno che mi aspetta all’uscita con il suo immancabile cappello in testa. E passando da via Buozzi sento ancora la sua voce.

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata

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