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Attualità domenica 21 febbraio 2021 ore 08:24

Ricordi degli anni Cinquanta

Nevicata del 1956 sul terrazzone di via Indipendenza

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia Gordiano Lupi raccoglie i ricordi di Annamaria Tognarini e dedicati all'infanzia in via dell'Indipendenza



PIOMBINO — Oggi ospitiamo i ricordi di Annamaria Tognarini, storie di vita quotidiana che profumano di anni Cinquanta e di ricostruzione, che ci portano a riscoprire una Piombino scomparsa, fatta di giochi per strada (a volte incoscienti), di bande, di amicizie, di vicini di casa rumorosi e solidali, di emergenze lavorative e abitative. 

Era una Piombino che con fatica risorgeva dalle macerie della guerra, ricostruiva le sue strade, ancora pietrose, sterrate, con poche case in periferia e tanta campagna. Si viveva ognuno nei propri quartieri, andare in centro rappresentava una specie d’avventura, si giocava tra coetanei ma anche con i ragazzi più grandi; la domenica c’era il cinema, la partita di calcio infiammava gli animi, le grandi fabbriche giravano a ritmo continuo, anche se la crisi della Magona avrebbe interrotto il binomio pane e fumo. Erano i tempi di prendilo è di Magona! Mentre i bambini giocavano a campana e sognavano il futuro. I genitori avevano una sola certezza: il futuro dei figli sarebbe stato migliore. Una certezza che oggi non possiamo avere. Ed è molto triste.

Gordiano Lupi

Ricordi degli anni Cinquanta

Per quanto indietro riesca ad andare con il ricordo prima del 1950, alle spalle di via dell’Indipendenza e via De Amicis si stendevano orti in salita su fino alla chiesa dell’Immacolata e all’Orto dei Frati, del quale si vedevano bene gli alberi e uno enorme che sovrastava la vasca dove venivano sciacquate le verdure raccolte. Era una vasca grande, rettangolare di mattoni antichi e logori, con a un lato corto un tubo da cui sgorgava l’acqua. Intorno erba, melma e tanto fresco. C’erano anche fiori: calle, iris, rose canine, margherite gialle e bianche.

L’orto era curato anche da mia zia Elena, sorella di mia nonna materna Antinisca, e da suo marito Davide Marchi. Noi ragazzi ci andavamo spesso d’estate a fare merenda con le mamme che aiutavano a preparare i mazzetti di prezzemolo e l’insalata. Facevamo anche piccoli mazzi di fiori. A mia mamma piacevano tanto le margherite gialle! Se andava bene, le merende erano pane e marmellata, quella semisolida a forma di mattoncino che veniva venduta a fette. Una prelibatezza! In alternativa pane strusciato col pomodoro o bagnato con lo zucchero. Non so se quelle verdure venivano vendute, certo è che qualcosa veniva sempre recuperato come premio per l’aiuto dato.

In quegli anni nacque mio fratello Paolo, io andavo all’asilo, poi in prima privata anticipata alla Chiesa dell’Immacolata. Ricordo ancora il lungo corridoio dal pavimento lucido e l’odore del latte, forse in polvere perché particolarmente profumato nei bricchi di alluminio. Mi sembra che anche le tazze fossero di alluminio... una bellezza ai miei occhi! Mio fratello m’interessava poco, l’importante - ciò che mi attirava di più - era fuori, per strada, in un territorio che era il nostro mondo agognato e temuto.

La casa del Fanciullo 1955

Tutta la zona adiacente via dell’Indipendenza (fino a via Petrarca) erano orti e prati, zone incolte forse residui di qualche casa colonica che io non ho conosciuto. Qua e là palazzi rimasti in piedi dopo i bombardamenti, varie macerie, cantieri già avviati e la strada che proseguiva fino al Dispensario, quindi verso il non meglio definito Desco, per me lontanissimo, che si costeggiava per andare dai nonni paterni che abitavano nell’attuale via Lerario, allora sterrata e senza nome, con sole tre case, quasi in aperta campagna. Sul lato a mare della strada c’era uno sceprone - una siepe enorme di rovo di more -, che era una meraviglia e lasciava libero lo sguardo sul mare fino all’Elba. Oppure il Desco si attraversava per andare dal cugino di mia mamma, Beppe Mei, che a San Rocco abitava una bellissima casa colonica ancora esistente e ben ristrutturata. In via Dalmazia c’erano vari palazzi e la famosa Lavanderia, una costruzione con al centro un grande cortile e tutto intorno le abitazioni di numerose famiglie a cui si accedeva da un portone e che segnava un lato del confine della zona controllata dalla banda di ragazzi della quale io e mio cugino Giancarlo (due anni meno di me) facevamo parte, una delle tante che si erano formate per la supremazia dei vari territori. Il confine da non superare, quindi campo di battaglia, era: dall’Orto dei Frati fino a via De Amicis e via Dalmazia, compresa via dell’Indipendenza fino a via Leopardi. Più in là, verso Piombino, era una zona poco conosciuta anche se i ragazzi più grandi sicuramente ci si avventuravano. Noi si cominciò a frequentarla quando iniziammo le elementari in piazza Dante. Che freddo in quelle stanzone e che maestra severa! Si chiamava Rosa. Me la ricordò più tardi la preside Pistilli al liceo.

La classe della maestra Rosa

Noi facevamo parte, per locazione abitativa, di una banda formata da vari membri di una stessa famiglia, forse tutti fratelli di età diverse, certamente la più forte e la più temuta di tutta la zona dei Frati, perché vinceva sempre. Il suo dominio indiscusso era la zona indicata prima e i suoi nemici giurati erano i componenti della banda De Amicis. Tra quei ragazzi, più grandi di noi di alcuni anni, mitici e indiscussi, spiccava un capo che (per forza o prepotenza) capeggiava la banda indicata con il suo cognome. Noi più piccini eravamo come ipnotizzati dai suoi atteggiamenti e dalle sue azioni per noi così misteriose e piene di fascino; ma che a ripensarci, erano violente, scriteriate e pericolose bravate al limite della legalità. Gli scontri con le altre bande erano furiosi: i proiettili e i nascondigli non mancavano mentre noi seguivamo i più grandi correndo gli stessi pericoli tra le sassaiole in un territorio irto di trappole per gli scavi, le macerie e i cantieri che non erano pochi, ma certamente poco controllati! Non so se qualcuno abbia mai preso qualche infezione grave come epatiti o tetano: certo è che i tagli, le scorticature a braccia e gambe e i buchi in testa ci venivano medicati in casa con alcol bianco, a 90°, tremendo, versato direttamente sulle ferite da bottiglie chiuse con tappo a scatto come quelle dell’Idrolitina. A quelle crude medicazioni non si sfuggiva e forse è stato quello che ci ha salvato!

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata

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