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Attualità domenica 10 gennaio 2021 ore 07:00

Ricordando via dell'Indipendenza

Foto di Riccardo Marchionni

Su #tuttoPIOMBINO di QUInews Valdicornia Girdiano Lupi raccoglie testimonianze e ricordi di Roberta Marchionneschi



PIOMBINO — Per scrivere i miei pezzi che profumano di amarcord - come diceva Tonino Guerra solo quando ricordo di aver avuto le mani sporche mi rivedo ragazzo - spesso chiedo in giro informazioni e notizie di prima mano. A volte capita che questi appunti che mi vengono trasmessi siano scritti così bene che sarebbe un peccato stravolgerli. È il caso del ricordo che vi presento oggi, una via dell’Indipendenza di maggio 1970, di cinquant’anni fa, raccontata nei minimi particolari dalla felice penna di Roberta Marchionneschi. Potete vedere l’autrice ritratta nella foto, solo che è un’immagine relativa ai tempi del racconto, quando aveva solo 5 anni. Vi lascio alla lettura, invitando chiunque avesse un’idea a tema amarcord piombinese a contattarmi. La mia mail è lupi@infol.it.

Ricordando via dell’Indipendenza
di Roberta Marchionneschi

Molte volte, quando ho riferito di abitare in via dell’Indipendenza, ho dovuto specificare la prima traversa a sinistra venendo da via della Repubblica, oppure la traversa di via Dalmazia, che era più conosciuta per la presenza della Mutua. Eppure fino a qualche decennio fa, via dell’Indipendenza è stata una strada popolare ricca di piccole attività, forse paragonabile, in piccolo, solo a via Lombroso (che mia nonna Dina ha sempre chiamato via Fragola), per numero di negozietti e attività commerciali. Negli anni Sessanta e Settanta, in cima alla strada era presente un alimentari, per noi la norcineria, dove i proprietari Domenico e la moglie, originari di Norcia appunto, lavoravano i salumi che spesso ritrovavo sulla nostra tavola sotto forma di mallegato, con o senza uvetta, salsicce e fegatelli, i più buoni che abbia mai mangiato, di grana piccola e legati con il budello di maiale. Più avanti, ma dalla parte opposta, ricordo una piccola officina e dopo un parrucchiere per signora. Nell’angolo tra via dell'Indipendenza e via Leopardi ricordo un antro buio, per me misterioso, dove lavorava un ciabattino, un signore piccolino sempre piegato a lavorare sul banchetto che, anche dopo avere smesso l’attività, era solito starsene seduto col bastone in mano, inciarpato e infagottato sull’uscio del locale per vedere le persone che passavano. L’apertura di questo locale è stata poi murata tanti anni fa. Di fronte al parrucchiere, dall’altro lato della strada, c’era un altro alimentari di proprietà di Bontà, dove nonna comprava a volte la verdura cotta, bietole e spinaci lessati, strizzati e appallottolati, e i fagioli lessi in un pentolone coperto dove Bontà e la moglie li pescavano con una schiumarola versandoli in sacchetti trasparenti, come quelli che al Luna Park usano per i pesciolini rossi, e a cui allo stesso modo facevano un nodo. Accanto c’era un laboratorio di sartoria da uomo e - attraversando la strada sullo stop di via Dalmazia -, si incontravano, dall’una e dall’altra parte, i negozi e le persone che hanno fatto da corona alla mia infanzia. La mia famiglia era proprietaria della casa in angolo tra via dell’Indipendenza e via Dalmazia, i tre fondi a piano terra erano destinati ad Alfio Favilli (il macellaio su via Dalmazia), ad Angiolina Galli (la fioraia su via dell’Indipendenza) e a Nida Fontani (la pesciaiola sull'angolo della strada). La casa dei miei nonni e la casina accanto a pianoterra furono costruite nel 1950 su di un terreno agricolo annesso a una casa colonica di proprietà della famiglia Bianchi, che si trovava nell’angolo tra via dell’Indipendenza e via De Amicis. Dove ora c’è la piccola casa il cui tetto è la grande terrazza dove giocavo, si trovavano l’orto e il pozzo con l’abbeveratoio degli animali. Una parte di questo orto esiste ancora, mi ricordo una pianta di limone che miracolosamente fruttava tutto l’anno. La costruzione fu affidata al famoso Squadrone mentre tutto l’impianto elettrico fu realizzato da mio nonno Pasquale Tognarini, che era capo officina elettrica in Magona. La struttura per quei tempi era molto all’avanguardia, sia per i materiali che per l’aspetto estetico, tanto che anche il dottor Brignoli, famoso dentista di Piombino, all’epoca la visitò e ne rimase tanto colpito da ispirarsi per costruire la sua, all’angolo tra via della Repubblica e via Fucini. I tre fondi a piano terra offrivano la possibilità di aprire attività commerciali che finirono per diventare nucleo di aggregazione e socializzazione, una sorta di famiglia allargata, dove si potevano trovare compagnia, ascolto e critiche costruttive, proprio come dovrebbe accadere in famiglia. Alla casa poi fu aggiunto negli anni Sessanta un ulteriore piano dove abitavo con i miei genitori, mentre nella casina hanno vissuto per lunghi anni Vasco e Pia Gucci, nostri cari amici. Da subito i miei nonni dettero in affitto i fondi a pianoterra. Uno dei primi affittuari fu Alberto Parietti il macellaio, di cui Alfio era il ragazzo di bottega e che subentrò ad Alberto che già era anziano. Come in tutte le piccole attività di quartiere, la simpatia e la spigliatezza erano doti fondamentali; Alfio in questo era un campione: era un uomo massiccio e abile nel suo lavoro, dall’alto del suo bancone (forse mi pareva alto perché ero molto piccola) accoglieva la clientela con sorrisi e battute. A me incuteva un po’ di timore forse a causa del suo camice bianco e della vociona tonante. Era sempre in conflitto con mia nonna che ogni giorno scuoteva il tappeto di camera di mio zio (che si trovava sopra la macelleria, sull’entrata del negozio), ma la faccenda si concluse con Alfio rassegnato allo scuotimento quotidiano. Da lui si fermavano i pensionati a fare due chiacchiere per arrivare all’ora di pranzo, tra una battuta e l’altra, tra una cliente e l’altra. Di fronte alla macelleria di Alfio, ricordo un piccolo emporio dove si trovava di tutto, dai prodotto per la pulizia della casa a quelli per la cura della persona, forse anche tante altre cose che non rammento, anche se ricordo bene l’odore caratteristico che aleggiava intorno, un misto di profumo di borotalco, di saponi per il bucato (all’epoca c’erano i fustini di cartone) e di saponette di Marsiglia. Nida e suo marito, detto lo Zio, hanno preso in affitto da subito il grande fondo nell’angolo. Ricordo Nida come una signora elegante e curata, con un filo di rossetto, sempre impegnata a squamare, sbuzzare e pulire pesci, crostacei e molluschi che mostrava su un bancone di marmo disposto a L con alle spalle un piccolo acquaio di marmo dove ammollava il baccalà: era sempre pronta a consigliare varie ricette a seconda del pesce che aveva e che il meteo metteva a disposizione. Aveva tanti clienti che venivano da tutta Piombino, anche la sua pescheria era diventata un punto di incontro, dove insieme alla sorella Tecla, rinomata pittrice, al di lei marito e allo Ziosi ritrovavano fornitori vocianti, casalinghe mattiniere e signore della Piombino bene, attirate dalla qualità del venduto e dalla professionalità di Nida Fontani. Mi ricordo che alla parete alle sue spalle era appesa una foto che la ritraeva di fronte alla pescheria, in una bella mattina di sole, mentre sorreggeva la più grande aragosta che io abbia mai visto. Infine, dopo il nostro portone,c’era la fioraia Angiolina Galli, che a un certo punto della sua vita, rimasta sola, decise di diventare imprenditrice e dal nulla creò un piccolo angolo verde, frequentato e apprezzato. Me la ricordo come una persona solare, sempre sorridente nei miei confronti, come una zia. Da lei si compravano non solo fiori e piante per tutte le occasioni ma soprattutto il nostro albero di Natale, alto fino al soffitto. Ricordo che una volta con nonna e Angiolina prendemmo l’autobus e facemmo il giro di tutta Piombino: a un certo punto restammo solamente noi tre e durante la sosta al capolinea dei Ghiaccioni, l’autista ci stupì esibendosi in un esercizio alla Yuri Chechi, agganciandosi alle maniglie e facendo la capriola in avanti. Dopo la fioraia Angiolina, superata la piccola casa il cui tetto era il terrazzone di mia nonna - talmente grande che ci scorrazzavo in bici o giocavo a pallone -, c’era il rinomato forno di Oreste e Giorgia, dove oltre al pane (a quei tempi c’era poca scelta, pane casalingo, alla pala o all’olio) si potevano acquistare corolli, parigine e paste reali, soprattutto la fantastica schiaccia in teglia che quando era calda si scioglieva in bocca; ricordo bene che acquistavo quella prelibatezza prima di andare a scuola ma la finivo prima della ricreazione, staccandone i pezzi da sotto il banco. Nel forno di Oreste e Giorgia, dove ricordo l’impastatrice in funzione, era possibile portare la teglia delle mele per cuocerle con lo zucchero sopra, che si cristallizzava rendendo la buccia fragrante sfruttando il calore residuo delle ultime infornate, mentre il venerdì mattina nonna portava sempre la teglia con i lacerti da fare al forno, che mia mamma Anna Maria non amava ma che doveva mangiare per forza (a quei tempi non si poteva scegliere), forse per questo adesso non vuole sentirne neanche l’odore. Di Oreste ricordo l’abbigliamento sempre uguale, tutto infarinato, canotta e pantaloncini corti, rigorosamente con calzini e scarpe chiuse, un po’ grandi, che lasciavano impronte di farina sul marciapiede, dove Oreste usciva tra un’infornata e l’altra per prendere fiato, mentre sua moglie Giorgia si occupava di vendere la merce e prendere ordinazioni, sempre gentile con tutti. Ora il forno è di proprietà di Osvaldo che sforna davvero un’ottima schiaccia, degna erede di quella di Oreste. Davanti al forno di Oreste e Giorgia c’era la latteria di Leonida, che non era un uomo ma una distinta signora che dietro al banco di marmo vendeva il latte sfuso che versava nella bottiglia di vetro, misurandolo con i contenitori di alluminio graduati che riempiva prendendolo da un fusto grande con un rubinetto, come quelli che ancora oggi si adoperano per l’olio d’oliva. Rammento molto bene il distributore di vetro con le palle colorate delle cingomme e anche i quadrotti dei fruttini di gelatina nella plastica trasparente. Il ricordo sonoro più vivo è quello che proveniva dal banchetto dei verdurai Alberto e Maria,detta la Sceriffa, sorella di Angiolina la fioraia, così soprannominata da mia nonna per la sua ferrea gestione dell’attività, che consisteva in un carretto di legno che il loro padre (il vecchio Galli), aveva acquistato avviando l’attività, accanto al carretto di Beppe Meucci, che vendeva salumi e formaggi, di cui era cliente anche mia nonna. Il carretto era di fronte al forno di Oreste, quindi davanti alla nostra casa, per questo nelle mattine d’estate, con l’avvolgibile della camera di nonna appena aperto per non far entrare il calore, sentivo l’eco del vociare dei clienti e il rumore del coperchio della cassettina di legno dove tutt’ora gli ambulanti tengono i soldi al di là del banco e che Maria lasciava ricadere,dopo avervi riposto il denaro o fatto un resto. Questa attività era aperta solo di mattina, invece quando era tempaccio stava chiusa, a volte quando pioveva apriva un ombrellone da mare per ripararsi alla meglio. Dalla camera di nonna al mattino presto, dopo aver dormito nel suo lettone, ricordo di aver sentito il rumore degli zoccoli di un cavallo o di un ciuchino, forse il famoso Lindoro che iniziava la sua giornata lavorativa. Sullo stesso lato della strada c’era l’appaltino (mia nonna lo chiamava così), una tabaccheria che ha resistito per diversi anni, per poi spostarsi in via De Amicis proprio di fronte allo stop, dove si trova ancora oggi. La mia vita di bambina si svolgeva su questo pezzetto di strada, precisamente sul marciapiede dall’angolo di via Dalmazia, dove facevo i giri attaccata al palo del segnale di stop, fino allo stop con via De Amicis, che percorrevo con la biciclettina o con la carrozzina delle bambole, rigorosamente in gonna pieghettata, calzettoni e sandalini con l’occhi, avanti e indietro, sorvegliata da mia nonna, che era amica di tutta questa brava gente ma che frequentava soprattutto la fioraia Angiolina, nel cui negozio potevamo accedere direttamente dall’interno del nostro portone, attraverso un corridoio, praticamente in qualsiasi momento. Nonna e Angiolina erano amiche e confidenti, passavano interi pomeriggi sedute a parlare, mentre la prima componeva mazzi di fiori o preparava corone, con il pane verde che mi divertivo a schiacciare e con il verde, rametti di bosso di cui ricordo ancora il caratteristico profumo. Solo in rare occasioni potevo girare l’angolo di via De Amicis quando, sotto strettocontrollo di Oreste o di nonna, andavo a comprare, pochi metri più avanti, il Mottarello al bar scuro e fumoso di Orio, dove non mi sono mai addentrata (i gelati erano vicini all’ingresso).

Una parola sulle chiostre, così chiamavamo i cortili all’interno dei palazzi. Via dell’Indipendenza e tutte le strade limitrofe facevano parte di un quartiere popolare e operaio, vivo e sanguigno, dove spesso scoppiavano litigi e discussioni, sempre pronto a sostenere le persone nelle difficoltà e nelle disgrazie, partecipando anche ai momenti felici e alle novità. I palazzi che furono costruiti su via De Amicis sul retro confinavano con il nostro piccolo orto, doveva si trovava il limone miracoloso, con dei cortili in terra battuta, appunto le chiostre. Gli abitanti dei palazzi si affacciavano spesso e si parlavano, tra questi spiccava il vocione e la personalità del bravissimo sarto da uomo Romualdo. Ricordo che confezionò un abito a mio nonno Pasquale, in compenso lui cercò di convincerlo a maritarsi, visti i tempi con una donna, anche se tutti sapevano che le tendenze sessuali di Romualdo erano altre. Infine, proprio di fronte a casa nostra, con ingresso su via Dalmazia, in una bella palazzina signorile (rispetto alle altre casine che la circondavano, molto più popolari) abitava una dolce signora che, forse spinta dalla solitudine, era solita affacciarsi alla finestra quando sentiva qualcuno al nostro portone: per questo motivo da mio zio Paolo venne soprannominata Yamamoto, come il famoso ammiraglio giapponese, che scrutava il mare e la flotta imperiale dall’alto del ponte di comando della sua nave. Da questa finestra ho uno dei ricordi visivi più belli della mia infanzia, arricchito dalla sensazione che si ha nel vedere la nostra casa da una prospettiva inconsueta: il pomeriggio d’estate colorato di rosa e arancione, la fantastica giostra di centinaia di rondini che volavano trillando sulla strada, passando e ripassando felici… E io mi sentivo proprio come loro.

Gordiano Lupi
© Riproduzione riservata

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