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mercoledì 01 dicembre 2021

PSICO-COSE — il Blog di Federica Giusti

Federica Giusti

Laureata in Psicologia nel 2009, si specializza in Psicoterapia Sistemico-Relazionale nel 2016 presso il CSAPR di Prato e dal 2011 lavora come libera professionista. Curiosa e interessata a ciò che le accade intorno, ha da sempre la passione della narrazione da una parte, e della lettura dall’altra. Si definisce amante del mare, delle passeggiate, degli animali… e, ovviamente, della psicologia!

​Gli psicologi. La terapia. La necessità di spazio

di Federica Giusti - venerdì 01 ottobre 2021 ore 07:00

Dopo anni di terapia – da leggere in ambo i sensi, sia come terapeuta che come paziente – sto imparando sempre di più a mettere dei paletti nel mio lavoro. La novità personale di questo autunno sarà togliere un giorno di lavoro alla settimana e regolare gli orari di apertura dello studio. No, non mi sono montata la testa né credo di “essere arrivata” da nessuna parte. Però ho iniziato a capire ciò che alcune stimate colleghe ed amiche avevano già chiaro da tempo: la disponibilità non stop non è l’obiettivo e, soprattutto, non è sinonimo di professionalità, anzi, spesso può denotare insicurezza.

Cerco di spiegarmi meglio. Adesso il mio telefono si accende dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 20, al di fuori di questi orari non leggo messaggi e non rispondo a chiamate.

Me la tiro? Assolutamente no! Penso al bene dei miei pazienti e al mio. Già. Anni ed anni in cui spingo gli altri a pensare di più a se stessi e a mettere dei paletti rispetto alle questioni esterne e poi? Non metterlo in pratica sembrerebbe davvero un “predica’ bene e razzola’ male!” (mi concedete il toscanismo!?).

Anni fa, all’inizio della professione, mi capitava di essere reperibile h24, non riuscivo a staccare mai, avevo sempre il cellulare tra le mani. Ero inesperta, giovane e sì, ancora un po' insicura professionalmente parlando. Credevo, erroneamente, che essere sempre disponibile dimostrasse il mio sincero interesse verso i miei pazienti.

In realtà non era affatto così. I miei pazienti, i pazienti in generale ricercano nel terapeuta la sicurezza ma anche la professionalità. E sapere che il terapeuta non riesce a gestire la propria vita personale non credo sarebbe un ottimo biglietto da visita.

Ma voglio analizzarla dal punto di vista dei pazienti, cosa che mi preme di più. Sapere di avere sempre qualcuno pronto ad ascoltarti nel momento del bisogno può sembrare consolatorio, ma nello stesso tempo manda un doppio messaggio: 1) “Hai bisogno di me perché tu non sei in grado” 2) “Non puoi contattare nessun altro tranne me”. Letto così non è consolatorio vero? No, non lo è affatto. Le persone (sì perché i pazienti in prima istanza sono persone, non dobbiamo mai dimenticarlo) si affidano a noi perché hanno bisogno di sostegno in una fase delicata, spesso difficile della loro vita. E noi non possiamo esimerci dallo sporcarci le mani proprio insieme a loro. Ma dobbiamo anche spronarli, aiutarli a trovare quegli strumenti necessari ad andare avanti nella propria vita senza la necessità di un sostegno perenne. Noi dobbiamo lavorare con loro affinché loro si sentano in grado di andare avanti nella loro quotidianità, e poi dobbiamo anche aiutarli ad attivare le proprie risorse emotive e relazionali. Non esistiamo solo noi nella loro vita, anzi. Hanno sicuramente delle persone intorno, alle quali poter chiedere aiuto, oppure devono imparare a crearsi questa rete sociale. La nostra disponibilità h24 potrebbe proprio spingerli nel verso opposto, potrebbe condurli a non coltivare altri rapporti perché confidano nella nostra presenza che diventa per loro il surrogato degli affetti reali.

Anche cavalcare le urgenze, ho capito negli anni, che ha ben poco senso. Accogliere qualcuno nel momento di crisi e di picco delle difficoltà è giusto, ma non deve essere fatto nel giro di qualche ora. Frapporre del tempo tra la telefonata e l’appuntamento può essere utilissimo per attivare le risorse personali e aiutare il potenziale paziente a ridimensionare, ad osservare la situazione da un’altro punto di vista. Se questo non dovesse accadere, magari quel tempo può essere usato per capire che non è ancora il momento giusto di intraprendere un percorso di messa in discussione. Lo psicoterapeuta non è e non può essere il nostro Wolf-Il risolviproblemi, è piuttosto colui che può aiutarci a trovare in noi gli strumenti giusti per rimboccarci le maniche e attivarci.

Insomma, se il vostro terapeuta non è sempre lì a rispondere a chiamate e messaggi, se non ha disponibilità immediata di accogliervi in studio cinque minuti dopo la richiesta non è perché è poco attento alle vostre esigenze, ma perché confida nelle vostre capacità. E sicuramente vi offrirà uno spazio adeguato non appena sarà possibile.

Parola di paziente!

Federica Giusti

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